PITTORI RUSSI A SUBIACO

di  NICOLA CARIELLO


  Home Page   Dark Ages   Conversio in latinum sermonem     Rome et le Latium au Moyen Age    Hochmittelalter     La alta Edad Media     Idade Média
      Раннее 
Средневековье   I Saraceni nel Lazio    Ioannes   Bisanzio  Roma e Kiev    Stato e Chiesa    Il secondo Municipio di Roma   Articoli pubblicati 
                                                                                                                        Cronaca di Psamatia   Links    L'autore   Immagini





Cernetzov

Nel minuscolo villaggio di Lukh, abitato da meno di tremila anime, nasceva nel 1802 Grigorij Cernetzòv. Lukh si trova nella Russia centrale europea, nella regione di Ivànovo, ma era compreso allora nei confini del governatorato di Kostromà, città antica e nota sia nella storia che nel folklore della terra russa. Là infatti la leggenda collocava il regno di Snegùročka, la Fanciulla di Neve.
Lukh vantava una storia memorabile. Ma dopo le devastazioni dei Mongoli nel XIII secolo contro le città e le terre lungo il Volga, il nome di Lukh riapparve nelle cronache solo nel 1428, quando, con il principato di Sùzdal', era entrato nell'orbita del granprincipato di Mosca.
Nel corso del XVII secolo, quando la Chiesa russa attraversava il difficile periodo dello scisma, che avrebbe diviso i “vecchi credenti” da coloro che accettavano invece le riforme ecclesiastiche proposte dal patriarca Nikon, a Lukh il monaco Tichon decise di edificare un monastero, che tuttora porta il nome dei santi Nicola e Tichon e nel cui territorio sorgono quattro chiese. Mentre il cenobio andava acquistando ricchezze e fama, vennero costruite a Lukh ancora tre grandi chiese, che formano oggi un interessante ed armonico complesso architettonico. Lukh, divenuta così centro di un distretto amministrativo, attraeva pellegrini ed offriva opportunità di lavoro a mercanti nonché ad artigiani, che trovavano impiego fra le maestranze addette alla manutenzione degli edifici sacri.
Gregorio Cernetzòv portava lo stesso nome del padre, il quale era, per l'appunto, un artigiano che decorava le pareti dei templi e dipingeva immagini sacre. Non era figlio unico, ma il secondogenito di quattro fratelli, tutti destinati a seguire l'esempio del genitore. Il maggiore, Evgràf (Eugrafio), che già aiutava il padre nel suo lavoro, impartiva ai fratelli Gregorio e Nikanòr i primi rudimenti dell'arte: entrambi si impegnavano appassionatamente ed aspiravano a qualcosa di più che la semplice decorazione delle chiese. Nel 1819 Gregorio aveva scritto all'Accademia delle Arti di Pietroburgo inviando alcuni suoi disegni per essere ammesso presso quel prestigioso istituto come studente a spese dello Stato, non possedendo i mezzi necessari per studiare a sue spese. La risposta fu negativa, nonostante le sue opere fossero state apprezzate. La fortuna, però, decise di aiutarlo, perché a Lukh proprio in quel periodo ebbe occasione di passare uno studioso noto ed apprezzato nei circoli intellettuali russi, Paolo Svinin (1), il quale, avendo notato il talento del giovane pittore, lo portò con sé a Pietroburgo e lo raccomandò alla Società per l'Incoraggiamento degli Artisti. Da quel momento ebbe inizio la carriera artistica di Cernetzòv, che ricevette già dalle sue prime opere consensi e premi. Nel 1831, dopo aver eseguito dal vivo, su commissione dell'Accademia delle Arti, un quadro raffigurante i dintorni di Pietroburgo, ebbe il titolo ufficiale di “accademico”.
Cominciò allora a viaggiare insieme con il fratello Nikanòr, più giovane di tre anni, che lo aveva raggiunto nel frattempo per studiare anche lui a Pietroburgo. Era necessario, infatti, dopo gli anni dedicati allo studio accademico, entrare direttamente in contatto con il mondo semplice della natura, fonte di ispirazione primaria per generazioni di artisti all'epoca del Romanticismo.
La varietà e la vastità del paesaggio russo potevano offrire al pittore una ricca gamma di motivi per le sue creazioni. In particolare il territorio di Kostromà, coperto di boschi, laghi e fiumi a migliaia. Ma soprattutto grazie alla maestosa presenza del Volga, sulle cui acque, alla scoperta di scorci insoliti, navigò a lungo nel 1838 Gregorio insieme con i fratelli Nikanòr e Polikàrp, l'ultimogenito. Questo “viaggio pittorico” non rappresentava la loro prima esperienza, perché già nel 1830 si erano spinti fino al Caucaso, il cui paesaggio montuoso stimolava in modo potente la fantasia degli artisti russi.
Finalmente, nel 1840 ebbero la possibilità di viaggiare all'estero. Per gli artisti figurativi dell'intera Europa la meta obbligata era rappresentata allora dall'Italia. I tre fratelli Cernetzòv, tra il 1840 ed il 1843, visitarono l'Italia, la Turchia, l'Egitto e la Palestina. Ritornati in patria, Gregorio e Nikanòr (il fratello minore Polikàrp intanto era deceduto) ripartirono per soggiornare ancora in Italia dal 1846 al 1849.
Occorre dire che il viaggio degli artisti russi in Italia poteva avvenire grazie alle generose elargizioni della Società per l'Incoraggiamento degli Artisti di Pietroburgo, sovvenzionata da ricchi mecenati. Tra l'altro, lo tzar Nicola I, che guardava con diffidenza alla Francia, fucina di idee libertarie e rivoluzionarie, preferiva che i giovani artisti russi frequentassero piuttosto certi Stati italiani: da quel punto di vista, infatti, né lo Stato Pontificio né il Regno delle Due Sicilie presentavano alcun pericolo. Nel dicembre del 1845, anzi, l'imperatore stesso venne in visita ufficiale a Roma, dove si incontrò due volte con papa Gregorio XVI. Da quanto scrive Gogol' (2), fu probabilmente in quei giorni che Nicola I ebbe occasione di visitare il pittore Ivànov, che a quel tempo stava lavorando al suo capolavoro nello studio che aveva ricavato da una soffitta di Palazzo Borghese.
All'epoca Roma era il crocevia nel quale convergevano artisti di ogni angolo d'Europa (3). L'Italia, nell'immaginario nordico, rappresentava effettivamente “un mito, un luogo paradisiaco dove i capolavori nascevano insieme alla natura sublime, al cielo azzurro, al verde, ai marmi … l'Italia era intesa come modello estetico per l'umanità, come modello classico e come fonte inesauribile per la cultura artistica” (4).
Alessandro Ivànov (1806 – 1858), che stava componendo il grande quadro “L'apparizione del Messia alle genti”, opera che gli costò venticinque anni di fatica, a differenza dei Cernetzòv non aveva avuto difficoltà ad entrare, appena undicenne, nell'Imperiale Accademia delle Arti. Nato a Pietroburgo, era figlio di Andrea Ivànov, professore in quella stessa Accademia. Aveva comunque dimostrato un grande talento perché a 21 anni le sue creazioni gli valsero una medaglia d'oro.
Anche lui si recò all'estero per affinare la sua arte. Dopo l'Austria e la Germania si stabilì in Italia, dove visse dal 1831 al 1858. In particolare soggiornò a Roma: qui iniziò il suo percorso artistico copiando gli affreschi della Cappella Sistina. Le sue opere, d'altronde, nella gran parte sono ispirate al Rinascimento italiano ed il suo amore per il mondo classico traspare sia nelle creazioni che rappresentano scene mitologiche sia in quelle di soggetto storico-religioso, ancora oggi le più note per l'uso del colore che conferisce trasparenza e luminosità ai paesaggi ed alle figure. La sua pittura era molto apprezzata dal suo amico, lo scrittore Gogol', che gli dedicò una monografia. Del resto Ivànov era amato non solo dagli artisti del circolo russo di Roma, ma anche dai critici in patria e dagli stessi intellettuali, come Herzen e Cernyscèvskij, che sognavano la rivoluzione (5)
Tra le varie “colonie” di stranieri che soggiornavano a Roma per motivi di studio, quella dei Russi era, probabilmente, una delle più folte (6): erano presenti pittori come Ivan Ajvazòvskij, Alessio Bogoljùbov, Carlo Briullòv, Fiodor Brònnikov, Vasilij Chudjakòv, Paolo Cistjakòv, Anton Ivànov, Michele Lebèdev, Vasilij Raev, Silvestr Ščedrìn, Maksìm Vorobjòv, per citare i nomi di alcuni dei più illustri. E c'erano scrittori come Gogol', le cui annotazioni forniscono un quadro alquanto vivace di quel piccolo universo. “Cosa fanno i pittori russi lo sai anche da solo – scriveva in una lettera datata 13 maggio 1838 al suo amico Alessandro Danilevskij – Alle 12 e alle 2 da Lepre (7), poi il Caffè Greco, poi al Monte Pincio, poi al “Bon Goût”, poi di nuovo da Lepre, poi al biliardo. Quest'inverno avevano tentato di introdurre il tè e le carte alla russa, ma per fortuna l'uno e le altre sono state abbandonate”(8). Nonostante le critiche confidenziali di Gogol', in realtà i suoi connazionali a Roma lavoravano e si spostavano spesso anche nei dintorni per ritrarre dal vero i paesaggi laziali, nei quali oltre gli aspetti naturali potevano cogliere le memorie classiche, rappresentate il più delle volte dalle rovine antiche, che facevano un melanconico contrasto con i borghi moderni.
I fratelli Cernetzòv, giunti a Roma, lavoravano anch'essi con profitto. Sia Gregorio che Nikanòr erano soprattutto vedutisti, per cui si dedicavano in prevalenza a rappresentare paesaggi urbani o rurali, disegnati con estrema precisione. Gregorio, tuttavia, amava anche il ritratto. Quando, su commissione dello tzar Nicola I, aveva dipinto tra il 1832 ed il 1837 la “Parata del 6 ottobe 1831 nel Giardino Reale di Pietroburgo in occasione della fine delle operazioni militari nel Regno di Polonia”, interpretò il tema che gli era stato proposto componendo in primo piano una folla di duecentocinquanta spettatori, tra i quali erano perfettamente riconoscibili i volti di molti personaggi dell'arte e della letteratura. Naturalmente la notevole somiglianza era dovuta al precedente lavoro di studi e schizzi dal vero, pazientemente ripresi ad uno ad uno dal pittore.Un simile procedimento doveva essere stato seguito da Gregorio Cernetzòv quando, nel 1841, aveva dipinto il quadro “I pittori russi al Foro romano”, nel quale, tra le rovine che si stagliano nel cielo terso maestose e romantiche, si aggirano numerose figure di suoi connazionali. Anche in altre opere, come la celebre “Benedizione pasquale in piazza San Pietro” (ultimata nel 1850), un gran numero di persone, a piedi o a cavallo, riempie la grandiosa scenografia rappresentata dal complesso della basilica vaticana con i palazzi ed una delle fontane in primo piano. Il fratello Nikanòr, invece, preferiva concentrare la sua attenzione sullo studio della prospettiva, che scandiva facendo un uso sapiente dei chiaroscuri, come nelle vedute del Colosseo (1840), dove le volte degli archi costruiscono delle possenti cornici entro le quali le rovine dell'anfiteatro Flavio vengono esaltate da una luce radente.


Gli artisti, comunque, nonostante che Roma possedesse il fascino di un mito unico (9), amavano spesso frequentare i dintorni della città e, a tal riguardo, i pittori russi eternarono sotto molteplici aspetti la campagna romana. Alcune località, come Olevano Romano, Tivoli, Anticoli Corrado, Grottaferrata ed altre intorno a Roma divennero ben presto celebri luoghi di convegno e di soggiorno: quelle immagini, fissate nelle tele, restano per sempre come rari documenti di valore storico-artistico.
Anche i fratelli Cernetzòv, eterni pittori-viaggiatori, vagavano con i loro compatrioti per le strade del Lazio alla ricerca di nuove vedute e di paesaggi insoliti che colpissero la loro fantasia. A volte era necessario, in nome dell'arte, allontanarsi da Roma anche di diversi chilometri.
Alessandro Ivànov, nell'autunno del 1840, così scriveva alla sorella Caterina: “ Come ho detto, sono andato da Roma a Subiaco, per fare degli studi per il mio quadro; è una cittadina che dista 40 verste (10) da Roma e si trova nei colli sabini.
Le rocce selvagge e brulle che la circondano, il fiume dalle acque limpidissime e rapide, circondato da salici e pioppi, mi servivano da materiale. Mi rallegrai, vedendo la loro affinità con le idee che mi ero fatto, con l'aiuto dei libri, della Palestina e del Giordano, circondati da alberi e montagne.
L'albergo a Subiaco si chiama “Au rendez vous des artistes”; l'iscrizione è opera di un francese sposato con la figlia del povero gestore della trattoria. Lì, ad ogni modo, noi artisti abbiamo il nostro ritrovo; la mattina, prima dell'alba, davanti a una tazza di caffè; a mezzogiorno per il pranzo e prima del tramonto del sole quando dopo le fatiche ci abbandoniamo ogni volta all'allegria. Cantiamo in coro canzoni sentimentali svedesi, italiane, francesi e tedesche; balliamo alla moda italiana al ritmo del tamburo e dei tamburelli; rappresentiamo commedie, e dopo cena giochiamo ai soldati, sotto gli occhi di tutti, per strada. Il genero del padrone, un francese, fra le risate di tutti, va avanti e indietro come fosse il tamburino maggiore, svolgendo questo ruolo in modo del tutto caricaturale. Lanciamo panforte ai ragazzini che si azzuffano, e che si raccolgono sempre in gran numero per vedere le nostre follie. Le nostre camere, soprattutto la sala da pranzo, sono dipinte con le caricature di tutti i pittori famosi. Io partecipo a queste baldorie meno degli altri, lo faccio solo per non apparire stravagante” (11).
Subiaco, pertanto, nonostante la distanza dalla Capitale, valeva la pena di un viaggio, in quanto offriva a pittori e viaggiatori uno straordinario paesaggio naturale da cui l'immaginazione poteva trarre ispirazione per creare una nuova fantastica realtà. Posto selvaggio secondo certi visitatori (12), ma comunque affascinante, dove si raccoglieva una varia umanità che pareva liberarsi dagli affanni quotidiani in un ambiente che appariva quasi fuori dal mondo. La locanda “Au rendez vous des artistes”, dove soggiornarono probabilmente anche i fratelli Cernetzòv, era, a quanto pare, ben nota un po' a tutti gli stranieri (13) e consentiva quel genere di vita bohémienne di moda tra gli artisti del tempo.
Quando i Cernetzòv arrivarono a Subiaco, perciò, quei luoghi erano già noti alla cerchia artistica perchè erano stati “scoperti” parecchi decenni prima (14), benchè l'austriaco Koch (15), che più degli altri aveva contribuito a diffonderne la conoscenza, fosse già scomparso. Il celebre artista, considerato un maestro nell'ambiente dei pittori stranieri, nel corso dei suoi vagabondaggi per la Campagna romana insieme con gli allievi che lo seguivano, era stato anche lui nella cittadina sublacense qualche tempo prima. Un quadro molto noto, “Cascate di Subiaco”, risale infatti al 1813, benché non sia l'unico dedicato alla città di San Benedetto. Esistono, infatti, anche delle vedute del pittore austriaco raffiguranti proprio l'abitato di Subiaco. Mentre, però, il paesaggio delle cascate con i laghetti, le montagne sullo sfondo ed il cielo luminoso velato di grosse e candide nubi, presenta un aspetto classicheggiante, ancora legato a schemi settecenteschi, in un dipinto dove appare, invece, l'agglomerato urbano della cittadina, i piani prospettici risultano rigidamente ordinati con le poche case in primo piano, poi i boschi, la collina, la rocca e infine la grande montagna bianca, che chiude definitivamente la vista lasciando appena intravedere un angolo di cielo.
Si scopre, a prima vista, una certa somiglianza tra il quadro di Koch e quello di Ivànov, dedicato allo stesso soggetto. Entrambi mostrano in primo piano una fila di costruzioni, che sono case di abitazione con tanto di camino fumante in Koch ed edifici religiosi in Ivànov. Poi, il pittore russo presenta sulla destra il paese placidamente apollaiato sul fianco di una collina. In fondo un campanile si leva fra i tetti ed una breve catena montuosa dalle cime arrotondate chiude l'orizzonte. Il cielo è completamente sgombro di nuvole e tutto il paesaggio pare immerso nella quiete vespertina. Koch, invece, crea una composizione verticale dominata dall'alto dalla rocca abbaziale, alle cui spalle si erge una grossa cima innevata. Questo sviluppo in senso verticale conferisce all'opera l'idea dell'ascesa, in cui è implicito il senso della ricerca della perfezione interiore. La severa rocca monacale insediata sulla sommità è la meta ultima e difficile del cammino. La somiglianza tra le opere dei due artisti è, perciò, soltanto apparente. Una Subiaco tranquilla e sonnolenta, distesa sulla collina, tra le sue chiese, è l'immagine che appare nella composizione dell'artista russo; un paesaggio mistico, la cui spiritualità è sottolineata da un percorso verso l'alto, invece, secondo il pittore austriaco.
Completamente diversa è l'immagine che ci trasmette Gregorio Cernetzòv in un suo dipinto del 1841. Evidentemente i dintorni di Subiaco, caratterizzati da un paesaggio aspro, del tutto distante dagli sconfinati orizzonti delle pianure della Russia centrale, riuscivano molto “pittoreschi” agli occhi dell'artista di Lukh. Nel quadro intitolato “Vista di Subiaco”, infatti, oggi conservato nel Museo d'arte regionale di Kaluga (16), protagonista della composizione è una straordinaria roccia , illuminata da un vivo sole. Dal fianco di una collina scoscesa la grande roccia sovrasta una grotta , intorno alla quale si muove un gruppo di persone. Sono uomini e donne che conversano e danzano; con loro si trovano anche un cavallo ed un cane. Come è noto, Gregorio Cernetzòv amava riempire le sue vedute di figure vive per animare il quadro. In ogni caso, però, ciò che attrae è soprattutto il paesaggio circostante caratterizzato dalle linee contorte delle rocce, dei sassi, degli alberi e degli arbusti che spuntano, quasi a viva forza, dagli anfratti. Un bozzetto vivace, il piacevole ricordo di una spensierata giornata all'aria aperta, lontano dagli affanni quotidiani in un paesaggio classico dove si consumano riti pagani.
Subiaco faceva parte, perciò, del tour artistico che coinvolgeva diversi pittori russi. Basta menzionare, tra gli artisti più noti, per l'epoca di cui si tratta, Silvestr Ščedrìn (17), che lavorò anche lui nella cittadina laziale.
In molti casi, poi, nonostante non fossero menzionati esplicitamente, Subiaco ed il suo paesaggio vennero raffigurati in dipinti nei quali sono comunque agevolmente riconoscibili alcuni luoghi caratteristici. È il caso del quadro di Brònnikov (18) genericamente intitolato “Cortiletto italiano” (19), nel quale appare uno dei crocevia del centro storico sublacense tra i più conosciuti e disegnati da artisti sia professionisti che dilettanti. Si tratta della piazzetta di Pietra Sprecata con l'arco gotico che, a sinistra, sovrasta la scalinata ed il pilastro al centro che sorregge l'edicola con l'immagine della Madonna della Pietà. Il pittore vi aggiunse alcune figure: un popolano ai piedi della scala, dei bambini che giocano sui gradini, una tipica sagoma femminile, che sale per le scale con la brocca sul capo e le mani ai fianchi. Da un raffronto del contenuto di questo quadro con lo stato attuale dei luoghi pare che la ricostruzione effettuata nel 1954 abbia sostanzialmente conservato l'antico aspetto di quell'angolo della città medievale come si presentava, del resto, ancora nel XIX secolo.
Già da questi accenni sommari ed ovviamente incompleti alle vicende dei pittori russi che hanno frequentato Subiaco nel corso dell'Ottocento è possibile figurarsi l'importanza che doveva aver assunto un po' per tutti gli artisti stranieri il paesaggio sublacense. Una storia, d'altronde, che aveva avuto inizio già da tempo, dopo che Francesi e Tedeschi si erano avventurati nella sconosciuta valle dell'Aniene un paio di secoli prima. La frequentazione di quelle plaghe continuò, tuttavia, ancora fino al XX secolo.
I fratelli Cernetzòv, invece, rientrarono in patria nel 1849. Nel frattempo le mode e gli stili erano cambiati e le opere dei due pittori ritornati dall'Italia vennero accolte con freddezza e giudicate “insignificanti e grossolane”: il giudizio sfavorevole dell'imperatore Nicola I influenzò l'opinione delle accademie ufficiali. I due artisti caddero nel dimenticatoio e vissero poveramente: quando Gregorio morì, il fratello Nikanòr, non avendo i mezzi per celebrare i funerali, si rivolse all'Accademia delle Arti, dalla quale, dopo due settimane, ricevette 200 rubli. Il nuovo imperatore Alessandro II, al quale venne offerto l'album dei disegni eseguiti durante il viaggio sul Volga, non sborsò un centesimo. Quella raccolta, di valore unico, è valutata attualmente decine di milioni di euro.
Oggi a Lukh, capoluogo di distretto e centro di turismo religioso, sede di un museo con una biblioteca di 20.000 volumi, la memoria dei due pittori-viaggiatori che dalle sponde del Volga si spinsero fin nella valle dell'Aniene per descriverne le meraviglie, è tuttora viva: il nome di una strada cittadina, infatti, ne perpetua il ricordo (20). I discendenti sono orgogliosi di quei loro antenati, quali che possano essere i loro meriti artistici, perché segnarono comunque tra i nostri due Paesi una ideale traccia romantica, che rievochiamo anche noi in questo 2011, anno dedicato alla cultura e alla lingua russa in Italia ed alla cultura e alla lingua italiana in Russia.

1 – Pavel Svinin (1787-1839) prestò servizio come membro del corpo diplomatico e in tale veste ebbe modo di soggiornare all'estero, in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e nei Paesi del Mediterraneo. Successivamente si dedicò alla letteratura, collaborando a riviste e pubblicando in particolare romanzi storici. Socio dell'Accademia delle Arti e dell'Accademia Russa, fu amico di molti illustri scrittori come Griboèdov, Krylòv o Puškin, che frequentavano la sua abitazione a Pietroburgo, dove si svolgevano delle serate letterarie.
2 – Nicola Gogol' (1809 – 1852) è il celebre scrittore e commediografo russo autore di capolavori quali “I racconti di Pietroburgo”, “Mirgorod”, “L'ispettore generale” e soprattutto “Le anime morte”. Visse all'estero, ma in particolare soggiornò a lungo in Italia, abitando a più riprese a Roma tra il 1836 ed il 1842. In questa città gli è stata dedicata una targa commemorativa in via Sistina n° 125, dove ebbe una delle sue residenze.
3 - “Nelle arti e nelle lettere erano allora a Roma alti e belli ingegni: conobbi Canova, Thorwaldsen, Rauch, Camuccini, Landi, Chauvin, la Marianna Dionigi, la figlia Orfei, il poeta Ferretti, autore di molti libretti di Rossini … Tutta questa società era animata, piena di vita e di movimento … Ed io, in quest'ambiente gaio, bevevo avidamente, come dice non so che poeta, l'aure d'una vita nuova tutta immaginosa, e mi pareva finalmente di sentirmi esistere”. Così MASSIMO D'AZEGLIO, I miei ricordi, B.U.R., Milano 1956, pagg. 113-114.
4 – G. GOLDOVSKIJ-E.PETROVA-C.POPPI (a cura di), Viaggio in Italia. La veduta italiana nella pittura russa dell'800, Electa, Milano 1993, pag. 19.
5 – Alessandro Herzen (1812 – 1870) nato a Mosca, all'età di 22 anni venne arrestato e mandato in esilio per aver preso parte alle attività politiche di alcuni circoli studenteschi. Divenuto ben presto una delle figure eminenti della vita intellettuale russa, nel 1847 partì per l'estero e visse cinque mesi a Roma. Dopo varie peregrinazioni per l'Europa si stabilì a Londra, dove pubblicò la rivista Kolokol (La campana) di tendenze antizariste, diffusa clandestinamente in Russia. Ritornato in Italia nel 1867, a Venezia incontrò il suo amico Giuseppe Garibaldi. Morì tre anni dopo a Parigi.
Nicola Cernyscevskij (1828 – 1889), filosofo e scrittore, fu uno dei massimi dirigenti del movimento rivoluzionario democratico in Russia. Editore del giornale di Pietroburgo Sovremennik (Il contemporaneo), dedicato alla lotta politica per la rivoluzione contadina, fondò anche una società segreta chiamata “Terra e Libertà”. Imprigionato a 34 anni, venne liberato solo nel 1888, un anno prima della morte. Il suo romanzo “Che fare?” esercitò un'influenza decisiva su intere generazioni di rivoluzionari russi.
6 - “Nel 1834 Giuseppe Brancadoro elenca 17 pittori, 4 architettti e un mosaicista russi operanti a Roma” (GABRIELE MAZZITELLI, La biblioteca “Gogol”, in “Slavica Biblioteconomica”, Firenze University Press 2007, pag. 64). Nel quadro di Gregorio Cernetzòv “Pittori russi a Roma” (1842) compaiono 43 persone.
7 – “Lepre” e “Falcone” erano tra i ristoranti più frequentati dalla colonia russa a Roma.
8 - GABRIELE MAZZITELLI, La biblioteca “Gogol”ecc. , cit., pag. 64.
9 - “
Che terra l'Italia! Non c'è miglior posto di Roma, per morire; qui l'uomo è più vicino a Dio … davanti a Roma tutte le altre città sembrano commedie, la cui azione si compie rumorosamente e velocemente sotto gli occhi degli spettatori. L'anima ne è rapita immediatamente ...”. Dalla lettera del 2 novembre 1837 di N. Gogol' al critico Pietro Pletnev. Cfr. G. GOLDOVSKIJ-E.PETROVA-C.POPPI (a cura di), Viaggio in Italia, ecc., cit., pag. 118.
10 – La
verstà era un'antica misura russa di lunghezza e corrispondeva a circa 1 chilometro e 67 metri.
11 - Cfr. G. GOLDOVSKIJ-E.PETROVA-C.POPPI (a cura di),
Viaggio in Italia, ecc., cit., pag. 121.
12 - “
Au milieu de juillet, je suivis Hébert à Subiaco, lieu sauvage, où l'artiste p
öete aimait à aller chercher dès modèles” (ANDRÉ-MARIE AMPÈRE et JEAN JACQUES AMPÈRE, Correspondance et souvenirs (1805-1864), ed. J. Hetzel, Paris 1875, pag. 250).
13 - “
Auguste nous conduisit à Subiaco au rendez-vous des artistes, où nous trouv
âmes nombreuse compagnie de peintres français, italiens, allemands” (ANTOINE DE VALLETTE, Quelques semaines en Italie, Soc. Bons Livres et chez Bricon Libraire, Paris 1834, pag. 124).
14 - “
Sembra che la prima presenza documentata di non secondaria importanza che ha lavorato effettivamente in questa parte più interna della Campagna sia stato Gasparo Dughet (1615-1675) “Romano habitante in Roma”, come egli stesso firmò il suo testamento … A questa presenza … non sono seguite visite di altri artisti … occorre attendere gli anni Ottanta per registrare nuove presenze di paesaggisti europei. Sono infatti i tedeschi Wilhelm Mechau (1745-1808) e Johann Christian Reinhart (1761-1847) con il loro amico, il francese Nicolas Didier-Boguet (1775-1839) ad eseguire studi a matita o a penna vicino a Subiaco, Olevano, Civitella e Genazzano … La notorietà del paesaggio di Olevano e dintorni iniziò a partire dall'arrivo di Koch a Roma nel 1795. Fu allora certamente Reinhart, a cui Koch si legò subito con sincera amicizia, a condurre l'amico in quei luoghi. Koch seppe attingere una tale ispirazione da quel paesaggio come non altri, riferendone entusiasticamente ai suoi amici e colleghi, non solo tedeschi, nelle conversazioni serali al Caffè Greco di via dei Condotti a Roma. Fu così che la “Repubblica degli Artisti” iniziò a sciamare verso le colline e i monti degli Equi ad est di Roma per conoscere questo paradiso ritrovato” (DOMENICO RICCARDI, L'importanza dell'ambiente naturale di Olevano Romano e i luoghi limitrofi per la pittura di paesaggio europea dell'Ottocento, pubblicazione online, pagg. 3 e 4).
Nello stesso senso anche CHIARA STEFANI: “
Era al di fuori della città che gli artisti avrebbero indirizzato progressivamente il loro lavoro, una volta pagato il loro debito con il passato … Già dalla seconda metà del Settecento i dintorni di Roma disegnavano una cartografia assai intricata di punti intorno alla città … Per quanto alcuni luoghi avessero finito per diventare ben presto talmente conosciuti, quali Tivoli, per esempio ...La cittadina di Arsoli sembra restare un unicum lungo le rotte da Roma a Subiaco …” in “Vedere, descrivere e dipingere l'Italia tra Sette e Ottocento”, pubblicazione online, pag. 11.
Tuttavia il disegno di Claude Lorrain (1600-1682) “Strada da Tivoli a Subiaco” (The British Museum, Londra) risale al 1642.
15 – Joseph Anton Koch (1768 – 1839), nato nel Tirolo austriaco, allora appartenente alla Baviera, era di umili origini, ma, grazie al suo talento e all'amore per lo studio, con l'aiuto del vescovo di Augusta riuscì frequentare dapprima il seminario di Dillingen e poi l'accademia Karlsschule di Stoccarda. Grazie all'aiuto del mecenate George Nott, nel 1794 raggiunse l'Italia. Visse a lungo a Roma ed insieme con i numerosi artisti tedeschi presenti nella Città Eterna viaggiò molto spesso per la Campagna romana, che dipinse in parecchie delle sue opere. Sposò Cassandra Ranaldi, figlia di un vignaiolo di Olevano Romano, dove visse gli ultimi anni della sua esistenza. Esperto incisore e disegnatore, Koch si dedicò anche all'affresco. Le sue opere più famose sono quelle ispirate ai luminosi paesaggi della Campagna romana, nei quali inseriva elementi di stile neoclassico. A parte le figure tratteggiate nei suoi dipinti, Koch, comunque, non eseguì mai dei ritratti.
16 – Città fondata nel XIV secolo, sul fiume Okà, circa 200 chilometri a sud-ovest di Mosca. Capoluogo dell'omonima regione e centro dell'industria automobilistica (Volkswagen, Volvo, Renault, ecc.), conta oltre trecentomila abitanti.
17 – Silvestr
Ščedrìn (1791 – 1830), celebre pittore paesaggista, guadagnò anche lui la medaglia d'oro per il suo talento all'Accademia delle Arti di Pietroburgo, che gli concesse una borsa triennale per studiare in Italia. Visse e lavorò prevalentemente a Napoli (la sua pittura influenzò la Scuola di Posillipo), però fu più volte a Roma e nel Lazio, in particolare a Tivoli, Subiaco, Frascati e Albano Laziale, località che gli fornirono l'ispirazione per diverse opere. Non potè ritornare in patria, poiché morì a Sorrento.
18 – Fiodor Brònnikov (1827 – 1902) era figlio di un pittore di icone. Studiò all'Accademia delle Arti di Pietroburgo e nel 1853, per un'opera intitolata “La Vergine consolatrice degli afflitti”, ottenne la medaglia d'oro e una borsa per l'estero. Si stabilì a Roma nel 1855 e vi rimase fino alla morte. Pittore di soggetti storici (nel 1863 venne nominato professore di pittura storica), mitologici e di paesaggi, eseguì anche degli affreschi in chiese russe a Parigi e a Copenhagen.
1
9 – A diversi quadri di Brònnikov, ispirati a soggetti del genere, è stato attribuito, evidentemente in mancanza di indicazioni, lo stesso titolo.
20 – Le numerose opere dei Cernetzòv sono raccolte in diversi importanti musei russi, tra i quali la Galleria Tretiakov di Mosca.