I SARACENI IN SABINA

di  NICOLA CARIELLO



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Farfa

Le notizie sull’invasione dei Saraceni nel Lazio non sono esattamente documentate. Le cronache dell’epoca sono scarse e quelle successive, come spesso accade, hanno riempito i vuoti di memoria con invenzioni fantastiche. Per non parlare dei poemi cavallereschi sorti, successivamente, all’epoca delle crociate con chiari intenti ideologico-religiosi.
In realtà l’epoca dei cosiddetti Saraceni nel Lazio sarebbe da circoscrivere al IX secolo, tra l’anno 813, data del primo sbarco a Centumcellae (Civitavecchia) ed il 916, quando la battaglia del Garigliano segnò la distruzione del loro più importante insediamento nella nostra regione. E’ bene chiarire anche che con il nome di Saraceni (così si chiamava una popolazione stanziata nel golfo di Aqabah) si indicavano in genere dei pirati provenienti in gran parte dall’Africa settentrionale o comunque dal mondo islamizzato. La predicazione dei Maometto (570-632) aveva incontrato il favore degli Arabi che, fidando nella loro forza e nella debolezza dell’Impero bizantino, si erano sparsi a macchia d’olio nel Mediterraneo convertendo all’Islam in tempi relativamente brevi parte del Medio Oriente e tutta l’Africa settentrionale. Dalle sponde della quale partivano gli avventurieri che il nuovo ordine sociale costringeva ai margini della società. Si trattava spesso di popolazioni berbere, ridotte alla povertà e costrette a vivere di espedienti. E’ certo che, sbarcando nel Lazio, non si prefiggevano né finalità di proselitismo religioso né scopi politici. Più semplicemente, a seconda dei casi, si dedicavano a spregiudicati commerci di ogni sorta fino al furto, all’estorsione ed alla razzia. Né si limitavano a sporadiche incursioni sulle coste. Con l’andare degli anni si spinsero sempre più nell’interno della regione, creando degli accampamenti fortificati, i cosiddetti ribat sia in Ciociaria che nella Tuscia e nella Sabina. Ci si può chiedere come mai ciò avvenisse senza alcun tentativo di difesa da parte delle autorità locali. Occorre ricordare che il Lazio faceva parte del Patrimonium Petri, proprietà del papato nonché marca di confine meridionale dell’Impero carolingio. Da un lato gli imperatori, per una serie complessa di concause politiche, andavano sempre più disinteressandosi della sorte delle terre della Chiesa di Roma; dall’altro, al di là dei confini terrestri, alcuni principati meridionali intessevano proficue alleanze commerciali e militari proprio con i Saraceni, nonostante le reiterate proteste e le scomuniche papali. La molla economica era rappresentata soprattutto dal lucroso commercio degli schiavi, cui erano interessati in egual misura sia i cristiani che i musulmani. Basti pensare che nel 748 papa Zaccaria intervenne per proibire il mercato di schiavi che i Veneziani tenevano dentro Roma!
Come si legge nella Cronaca di Benedetto di Sant’Andrea del Soratte i Saraceni erano diventati numerosi e voraci come cavallette tanto che i Romani - stando alle notizie del cronista – avevano perfino paura di uscire dalla città. D’altronde è noto che nell’846 i Saraceni assalirono e depredarono le basiliche di San Pietro e di San Paolo situate fuori delle mura cittadine.


Dalle lettere di papa Giovanni VIII (febbraio 877) inoltre si apprende che i pirati africani erano arrivati non solo fino alle mura di Roma ma dall’Aniene iuxta Sabinorum confinia pertransierint, erano cioè penetrati al di là del confine con la Sabina, invadendola. Tra gli obiettivi preferiti in assoluto dai Saraceni erano i monasteri, isole di ricchezza e di prosperità nel disordine generale. L’antica Abbazia di Farfa, ad esempio, si organizzò autonomamente e si difese militarmente per sette lunghi anni ma alla fine l’abate Pietro decise di portar via i tesori sacri e con i monaci si trasferì in luoghi più sicuri. Per l’esattezza i religiosi si divisero in tre gruppi, uno dei quali si fermò a Rieti. I Saraceni poterono così entrare nel monastero nell’anno 897 e lo trasformarono in un rifugio fortificato dal quale potevano muoversi agevolmente per le loro scorrerie nella Sabina. Purtroppo l’edificio andò distrutto per colpa di alcuni latrunculi cristiani che pensarono bene di dar fuoco al monastero per snidare i Saraceni e depredarli del bottino. La febbre dell’oro, come si sa, non conosce confini.
Ma la disastrosa situazione, che vedeva anche la popolazione sabina vittima dei razziatori di schiavi, non doveva durare a lungo. Lo scenario politico stava rapidamente mutando. Con la fine dell’Impero carolingio si andavano affermando forze nuove che alla monarchia universale, lontana ed astratta, sostituivano potentati locali in grado di individuare e proteggere gli interessi delle singole città e del loro contado. Nello stesso tempo la minaccia araba si faceva più consistente: la Sicilia si era ormai costituita in emirato e dall’Ifriqia (Tunisia) l’emiro Ibrahim II era sbarcato in Calabria dichiarando che intendeva marciare su Roma. Non si trattava più di semplici bande di briganti, ma di un esercito regolare in grado di procedere alla conquista di nuovi Paesi. Papa Giovanni X riuscì finalmente dove i suoi predecessori avevano fallito. I tempi erano maturi: il pontefice creò una vasta alleanza di principi italiani dal nord al sud ai quali si aggiunse l’imperatore di Bisanzio Costantino VII, che inviò una flotta. Il primo obiettivo degli alleati era l’annientamento del più importante ribat saraceno nel Lazio, situato alla foce del Garigliano. Quell’accampamento si era quasi trasformato in una cittadella fortificata e di là partivano le spedizioni brigantesche che terrorizzavano tutta la regione. Ma il segnale della riscossa doveva partire proprio dalla Sabina. Così riassume i fatti il già citato monaco-cronista Benedetto. “Nello stesso tempo si mossero Akiprando di Rieti e molti altri Longobardi e Sabini, preparandosi a combattere contro i Saraceni (che si trovavano) tra le mura di una città distrutta dal tempo, di nome Trebula. Vennero a battaglia e per grazia di San Pietro uccisero i Saraceni. Vi fu un altro scontro fra quelli di Nepi e di Sutri contro i Saraceni nella Valle di Baccano e molti Saraceni vennero uccisi o feriti”. Le milizie cittadine, quindi, avevano preso l’iniziativa ed assalito un campo saraceno che era stato creato tra le mura di una città romana abbandonata, Trebula, che gli studiosi identificano in Trebula Mutuesca nei pressi di Monteleone Sabino. Successivamente gli alleati italiani posero l’assedio al campo trincerato del Garigliano, mentre la flotta bizantina precludeva ai Saraceni la fuga via mare e nell'agosto dell'anno 916 infine riuscirono a distruggere l’abitato saraceno.
Lo storico Gregorovius scrisse che questa fu “la più gloriosa impresa nazionale compiuta dagli Italiani nel X secolo”. Ma non possiamo dimenticare che i Sabini di Akiprando, senza l’appoggio delle autorità centrali, si erano già assunti di propria iniziativa il compito di liberare le loro terre dai predoni saraceni che le infestavano. Segno che già andava maturando nelle coscienze l’amore per la libertà della propria “piccola patria” : su tali basi sarebbero germogliati in seguito i principi comunali. Il remoto ed oscuro episodio di cui fu protagonista Akiprando di Rieti va considerato, forse, proprio come una delle prime affermazioni della libertà comunale.