I CAVALLI DEL PAPA

di  NICOLA CARIELLO





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giovanni



Il pontefice Giovanni VIII (872-882) visse in tempi difficili. L’impero di Carlo Magno da tempo era stato smembrato ed il cosiddetto Patrimonio di San Pietro, affidato al papato in una sorta di unione politico-familiare con il Regno italico, versava in gravi difficoltà per la decadenza delle strutture pubbliche conseguente alla crisi dell’autorità centrale. L’energico Giovanni VIII, che lanciava continuamente inascoltati appelli ai vari imperatori franchi, doveva cavarsela da solo contro i numerosi avversari che contava anche dentro Roma. Più numerosi ed agguerriti, poi, i nemici esterni, a cominciare dalle bande criminali che scorrazzavano per il Lazio (collecti latronesqui predaciones faciunt) contro le quali le sanzioni minacciate dai Capitolari imperiali restavano lettera morta come le famose gride di manzoniana memoria. I cosiddetti Saraceni, inoltre, cioè i mercenari africani al servizio dei principati meridionali, approfittando della situazione e con la complicità dei loro alleati italici, si davano impunemente alla razzia. Invano il papa, ben sapendo che a loro andava attribuita la responsabilità di tale stato di cose, si rivolgeva ai governanti di Gaeta, Capua, Benevento, Salerno, Amalfi e Napoli. Né le scomuniche né le promesse di compensi territoriali o il pagamento di “tangenti” ottenevano effetti duraturi. Dopo la costruzione della cinta muraria (la Città Leonina), con la quale Leone IV (847-855) aveva fortificato il Vaticano, Giovanni VIII, a sua volta, aveva fatto racchiudere la basilica di San Paolo fuori le mura entro un recinto fortificato, detto Giovannipoli dal suo nome ed aveva armato una flottiglia di “dromoni” per la caccia ai pirati.
In verità, però, la difesa del territorio pontificio era stata demandata dall’imperatore Carlo il Calvo al duca Lamberto di Spoleto ed al di lui cognato Adalberto, marchese di Toscana. Ma si era trattato di una scelta quanto mai infelice. I due ambiziosi aristocratici, infatti, avevano in mente ben altri progetti. “Precipue autem hi, quos vestra non ignorat maiestas, non solum nulla nobis solacia conferunt, verum etiam quicquid residuum est a Paganis, impretermisse subtrahunt” scriveva il papa all’imperatore senza farne i nomi: “Proprio coloro, che vostra maestà ben conosce, non solo non ci sono di alcun aiuto, ma ci sottraggono perfino quello che hanno lasciato i Saraceni”. In particolare il duca Lamberto, definito da Giovanni VIII membrum Antichristi , perditionis filius e caput scorpii, era arrivato al punto da mettersi in contatto con i Musulmani dell’Emirato di Bari affinché ad perniciem Christiani populi quantocius deferant auxilia, perché, cioè, gli inviassero subito un aiuto militare per la rovina dei Cristiani. Nei riguardi del papa, poi, non mostrava la minima deferenza nemmeno formale, tanto che il pontefice, rispondendo ad una sua missiva, aveva esplicitamente ammonito il duca di Spoleto a non rivolgersi al Vicario di San Pietro con le stesse espressioni che soleva usare con i laici suoi pari, secularibus viris et comparibus tuis!
Ma il duca Lamberto era andato ben oltre. Si era presentato, nel marzo 878, con i suoi e con un gruppo di fuorusciti romani, alle porte della Città Leonina. Fattosi ricevere dal papa con il pretesto di voler discutere pacificamente delle questioni pendenti tra di loro, si era trattenuto con la forza nella dimora pontificia per circa un mese, isolando Giovanni VIII ed impedendogli di avere contatti con la sua corte onde costringerlo ad accettare le proposte da lui avanzate.






Questo avvenimento, di cui la santa Sede dette immediatamente avviso a tutte le autorità sia civili che ecclesiastiche, indusse il papa a convocare un Concilio che, considerate le condizioni in cui versava Roma, doveva essere tenuto altrove. “Quave faticati angustia, relicta propria sede apostolici culminis, compulsi sumus Franciam petere” annunciò Giovanni VIII: “Se pure oppressi dall’angoscia, abbandonata la sede propria del Principe degli apostoli, ci vediamo costretti a recarci in Francia”. Il viaggio si svolse via mare fino a Genova, dove il pontefice si trattenne durante il mese di maggio. Di là proseguì alla volta di Arles per continuare verso il settentrione, poiché per la sede del Concilio era stata scelta la città di Troyes.
Ma se in Italia sarebbe stato ben difficile scovare un luogo immune da violenze e rapine, nemmeno la Francia poteva definirsi, sotto tale aspetto, un modello di virtù civiche. Come ben presto poté constatare lo stesso Giovanni VIII attraversando, nel mese di giugno, la Borgogna.
“A tutti i vescovi, i conti e a tutto il popolo cristiano sia noto” scrive il pontefice, apud Cavillonem civitatem ad iniuriam sanctorum apostolorum Petri et Pauli et nostram, multam inhonorationem sustinuimus: “nella città di Cavillone (l’attuale Chalon-sur-Saône) per un oltraggio contro i santi apostoli Pietro e Paolo e contro di noi, siamo stati gravemente disonorati”. Che cosa era accaduto? Una notte, mentre gli addetti alla scorta pontificia nella città francese riposavano tranquillamente, secure quiescentibus, i loro cavalli erano stati rubati a concivibus praedictae civitatis, da abitanti della stessa città . Il papa non ebbe esitazioni: se nel termine di tre giorni i ladri non avessero restituito i cavalli et alia furta, e le altre cose sottratte, sarebbero stati scomunicati insieme con i loro complici e manutengoli. Con l’occasione, all’anatema contro ignoti venne aggiunto anche un nome: quello del prete Edoardo, il quale aveva servito il pontefice in monasterio Flaviniaco (monastero annesso all’antica abbazia di Flavigny sur Ozerain, nella diocesi di Digione). I collaboratori di costui, a quanto pare, durante il soggiorno del corteo pontificio in quel convento, avevano pensato bene di far sparire un vassoio d’argento di proprietà della Santa Sede, scutellam argenteam sancti Petri … furati sunt! Non si sa se il sacerdote fosse stato complice del misfatto, utrum consensu illius an non: comunque, nisi eam reddiderit, excommunicamus et pari sententia ut supra … constringimus: su di lui in ogni caso gravava l’obbligo della restituzione del maltolto, pena la scomunica.
Forse non aveva previsto, il povero Giovanni VIII, che per evitare sciagure in Italia, sarebbe andato incontro a tali spiacevoli “inconvenienti” in terra di Francia, magari proprio mentre si trovava ospite di una comunità religiosa. E dal Concilio di Troyes, infine, concilium permaximum - come lo definisce il Liber Pontificalis – al quale presenziò il sovrano Ludovico il Balbo, ammalato ed indifferente, non ottenne, in sostanza, gli aiuti sperati. 
Ancor più deludenti i risultati del Concilio di Bisanzio (879-880) al quale il papa fu indotto a partecipare dalle promesse dell’imperatore Basilio I di intervenire con la propria flotta contro i Saraceni che infestavano le coste pontificie e di restituire la Bulgaria alla giurisdizione ecclesiastica occidentale purché in cambio Roma acconsentisse al riconoscimento di Fozio quale patriarca di Costantinopoli. Nessuna di queste condizioni si verificò, il Concilio venne ritenuto nullo e le divergenze tra Roma e Costantinopoli si accentuarono. 
Sfortunato fino all’ultimo, Giovanni VIII detiene anche un triste primato: fu il primo pontefice a morire assassinato per motivi non di fede. Secondo quanto si legge negli Annales Fuldenses, infatti, venne avvelenato dai suoi più stretti collaboratori i quali, poi, senza attenderne la morte, lo finirono a bastonate.

 



BIBLIOGRAFIA:

[1] ANNALES FULDENSES SIVE ANNALES REGNI FRANCORUM ORIENTALIS in “MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA – SCRIPTORES RERUM GERMANICARUM IN USUM SCHOLARUM SEPARATIM EDITI (7)”, Hannover 1978, pagg. 79-109.

[2] CAPITOLARI DI CARLO II IL CALVO E DEI RE D’ITALIA in “I Capitolari italici” a cura di C. Azzara e P. Moro, Roma 1988, pagg. 221-233.

[3] LIBER PONTIFICALIS nella recensione di Pietro Guglielmo OSB e del card. Pandolfo – glossato da Pietro Bohier vescovo di Orvieto – Roma 1978, vol. II, pagg. 640-642, in “STUDIA GRATIANA XXII, cur. I. FORCHIELLI e A.M. STICKLER”.

[4] REGINONIS ABBATIS PRUMIENSIS CHRONICON CUM CONTINUATIONE TREVERENSI in “MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA – SCRIPTORES RERUM GERMANICARUM IN USUM SCHOLARUM SEPARATIM EDITI (50)”, Hannover 1978, pagg. 104-117.

[5] REGISTRO DELLE LETTERE DI PAPA GIOVANNI VIII in “MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA – EPISTOLAE TOMUS VII KAROLINI AEVI V”, Berlino 1928.

[6] STASOLLA M.G., Gli Arabi nella penisola italiana, in “TESTIMONIANZE DEGLI ARABI IN ITALIA”, Roma 1988, pagg. 77-94.