AMICO D'ARSOLI: DAL RINASCIMENTO AL RISORGIMENTO

di  NICOLA CARIELLO



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Il Cinquecento si presenta sotto tutti gli aspetti come un secolo di importanza straordinaria nella storia dell’Occidente. Preceduto e preparato da avvenimenti eccezionali, come la fine dell’Impero bizantino, la scoperta del continente americano, l’invenzione della stampa a caratteri mobili, assiste alla trasformazione politica del nostro mondo che perderà il suo carattere eurocentrico per gravitare piuttosto verso l’Atlantico. Non si tratta soltanto di novità di carattere geografico o tecnico, che incidono sugli assetti politico-economici europei, ma di una profonda trasformazione sociale che agisce in ogni campo dello scibile fino a modificare la coscienza generale ed a creare una nuova mentalità.La visione del mondo cambia: non a caso gli storici tradizionalmente ravvisano proprio in questa epoca di transizione la fine del periodo medioevale, che cede il passo all’età moderna.
All’inizio del secolo sul suolo europeo si trascina il grande conflitto che vede l’Italia divenuta già da tempo campo di battaglia delle maggiori potenze continentali. Morto l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo (1459 – 1519), il nipote e successore Carlo V (1500 – 1558) era entrato ben presto in competizione con l’altro pretendente al trono imperiale, Francesco I di Valois (1494 – 1547). Il gran cancelliere di Carlo V, il saggio giurista e diplomatico piemontese Mercurino Gattinara (1465 – 1530) aveva tracciato al sovrano un programma semplice e grandioso: riunire tutto il mondo sotto la sua unica autorità. La chiave dell’Impero consisteva essenzialmente nel possesso dell’Italia. Era un progetto che i regnanti europei inseguivano da secoli a partire dal momento in cui Carlo Magno, nella memorabile notte di Natale dell’Ottocento, si era fatto consacrare a Roma primo imperatore del Sacro Romano Impero.
Francesco I combatté tutta la vita contro Carlo V, ma non riuscì ad evitare che quest’ultimo ottenesse il suo intento. Nel 1521 i due avversari si fronteggiarono nel nord Italia e questa prima guerra si concluse nel 1525 a Pavia con la vittoria di Carlo V, le cui truppe presero prigioniero Francesco I. La pace di Madrid, che pose fine alle ostilità, ebbe breve durata. L’anno dopo Francesco I creava la cosiddetta lega santa, che vedeva la Francia alleata di papa Clemente VII, di Venezia, Firenze e del ducato di Milano contro l’imperatore germanico “per difendere la libertà di tutta la cristianità” (1).
Il conflitto franco-asburgico per il predominio in Europa coinvolse tutto il continente fino ai suoi confini estremi anche perché l’Impero ottomano non si era fermato a Costantinopoli; l’esercito della Sublime Porta era giunto in Ungheria e aveva posto l’assedio anche a Vienna. Nel tentativo di arginare il pericolo turco, che colpiva anche gli interessi delle altre potenze europee, come Inghilterra, Spagna e Portogallo, erano state inviate ambascerie dovunque, fin nel lontano Principato di Moscovia, ultimo baluardo cristiano ad oriente (2).
Il teatro della lotta decisiva restava pur sempre l’Italia. Milano e Napoli erano comunque oggetto di contesa, ma un’armata imperiale proveniente dal nord il 6 maggio del 1527 assalì Roma: mentre i Lanzichenecchi di Carlo V irrompevano in città da Borgo S. Spirito il papa si rifugiava a castel S. Angelo. Il Sacco di Roma costituì un avvenimento che produsse un’impressione straordinaria in tutta Europa. Il papato, coinvolto da anni in beghe e scandali, intanto aveva già dovuto subire la diffusione della Riforma protestante per cui le potenze del centro e nord Europa si erano sottratte all’odiata ingerenza romana; ora gli toccava subire anche l’onta dell’occupazione militare, che segnava bruscamente per Roma la fine di quel periodo di eccezionale fioritura culturale noto come Rinascimento. Soltanto dopo nove mesi di ininterrotto saccheggio, il 17 febbraio del 1528, convinti da grosse somme di denaro, i Tedeschi lasciavano finalmente Roma per dirigersi alla volta di Napoli.
“Quelle feroci soldatesche erano appena uscite da Porta San Giovanni” scrive il Gregorovius “quando un Orsini, il capitano di ventura Amico d’Arsoli, e l’abate di Farfa entrarono in città seguiti dalla peggiore canaglia che avevano potuto assoldare. Contemporaneamente anche i trasteverini, gli abitanti della Regola e di Monti si univano costituendo una sola banda e tutti insieme attaccarono di sorpresa i soldati rimasti indietro, parte li uccisero, parte li gettarono nel fiume; sgozzarono perfino gli infermi ricoverati negli ospedali e saccheggiarono quel poco che era ancora possibile saccheggiare. Tutte le case degli ebrei furono depredate” (3).
Il capitano di ventura Amico d’Arsoli, citato dal Gregorovius, già da tempo si dedicava al mestiere delle armi. Viene ricordato, ad esempio, nel settembre del 1511 a Treviso, quando, insieme con Renzo Mancini (4) uscì dalla città alla testa di venticinque cavalieri e catturò sulle colline di Montello dieci cavalieri nemici (5). E ancora: nel 1517 combatteva con le truppe papali contro Francesco Maria della Rovere (6), che voleva recuperare il ducato di Urbino, mentre nel 1519 si batteva contro Battista Zibicchio, signore di Fabriano. Nel 1526 era agli ordini del condottiero Giovanni de’ Medici (7), che militava nell’esercito pontificio e che rimase ferito a morte proprio quell’anno nei pressi di Borgoforte sul Po (8). Nel giugno dell’anno successivo era in Umbria a difendere la Vallinarca dalle bande di Sciarra Colonna (9).Nello stesso anno 1528, però, sarebbe stato ancora insieme con l’abate-condottiero Napoleone Orsini a scontrarsi con i Colonna in Abruzzo.
Amico d’Arsoli, apprezzato ed esperto comandante, militava comunque sempre agli ordini di qualche signore della guerra. I più rinomati capitani di ventura, infatti, generalmente portavano i nomi delle famiglie illustri dell’epoca, quali gli Orsini, i Colonna, i Medici, gli Sforza, i Baglioni e così via. Questi nobili condottieri offrivano i loro servizi a pagamento e potevano condurre gli eserciti mercenari ovunque ce ne fosse bisogno. Si trattava di un fenomeno che durava da almeno un paio di secoli e che proprio nel Cinquecento raggiunse il suo apice. Poi le grandi potenze europee presero a disporre di propri eserciti, mentre le signorìe italiane, chiuse negli ambiti provinciali, avrebbero continuato a vivacchiare fino alla loro dissoluzione e non sarebbero state mai in grado di progredire né, quindi, di creare un loro esercito. Gli Stati europei stavano già sviluppandosi ed assumendo una loro fisionomia politica, infatti, allorché nella penisola italiana restavano ben radicati regni, ducati e repubbliche di antica origine, assolutamente contrari a rinunciare alle loro preziose e particolari prerogative. Per cui, anche quando si parlava genericamente di “Italia” si intendeva l’insieme degli Stati esistenti nella penisola e la nascita di un’unica organizzazione politica italiana costituiva al più un vago sogno di pochi spiriti eletti (10). È vero che nel frattempo il rinascimento delle arti, delle lettere, della filosofia, del diritto e, in genere, delle attività spirituali aveva raggiunto in Italia, partendo dalla cultura classica e dalla sua imitazione, le massime vette, quali non sarebbe stato più possibile superare. Ma l’esaltazione umanistica del genio individuale, che portava alla creazione dell’opera d’ingegno, toccava il singolo e non la società. Il pubblico ovvero la massa non entravano in questo processo: il popolo si limitava ad ammirare e non partecipava. Tale mentalità individualistica, propria del talento artistico, si mostrava però dannosa e perfino esiziale in materia sociale e politica. In Italia, in ogni caso, si preferiva far leva sul “particulare” ed estasiarsi dinanzi alle gloriose imprese del singolo condottiero, il quale in pratica non sarebbe mai riuscito a risolvere gli intricati nodi della politica nella penisola. E mentre i vari capitani di ventura con i loro mercenari si combattevano l’un l’altro al soldo di potenze estere tra il disinteresse apatico delle popolazioni, in Gran Bretagna, ad esempio, già dal 1215 il re era stato costretto a rinunciare a una parte dei suoi privilegi a favore dei sudditi (11) ed ora si trovava a governare una grande monarchia indipendente, fatta di cittadini consapevoli.
Infine papa Clemente VII (Giulio de' Medici, 1523 – 1534), di volta in volta alleato di Francesco I o di Carlo V, costretto dopo il Sacco di Roma a rifugiarsi prima a Orvieto e poi a Viterbo, non avrebbe trovato altra soluzione che riconciliarsi con l'imperatore. Nel frattempo, però, il pontefice si era affrettato a metter mano ad alcune faccende di famiglia che avevano preso una brutta piega.
Sempre nel 1528 Napoleone Orsini e Amico d'Arsoli, dopo il Sacco di Roma, mentre ancora imperversava la guerra tra le truppe francesi di Francesco I e l'esercito di Carlo V, continuavano a combattere nelle campagne laziali, a Subiaco, Tivoli, Vicovaro, Paliano e così via. Essi si battevano sempre per il papato e per Francesco I, mentre sul fronte opposto militavano i Colonna, filoimperiali e antipapali (il loro congiunto Ascanio, capitano di ventura anche lui, aveva preso parte al Sacco). Orsini e Colonna, perciò, famiglie tra le più eminenti di Roma, come d'abitudine, non facevano che combattersi, peraltro al soldo di invasori stranieri. Il pontefice aveva ordinato che si desse la caccia ai Colonna ovunque essi si trovassero, per cui Napoleone Orsini ed i suoi, ai quali si era aggiunto Renzo da Ceri (12), per la via di Arsoli si diressero alla volta dell'Abruzzo invadendo la contea di Tagliacozzo, terra dei Colonna. Posero il campo nei pressi dell'attuale Magliano dei Marsi, dove giunse ben presto il vescovo di Rieti, Scipione Colonna, onde ostacolare la loro marcia. La battaglia che ne seguì ebbe un esito infausto per l'esercito dei Colonna: quattrocento militari perirono ed ottocento furono fatti prigionieri (13). Nel corso delle operazioni militari Amico d'Arsoli uccise lo stesso Scipione Colonna, che venne sepolto in quel luogo.
Il 29 giugno 1529, con il trattato di Barcellona il papa doveva piegarsi e riconoscere l'egemonia degli Asburgo in Italia, ma riusciva ad ottenere da Carlo V (che l'anno successivo lo stesso Clemente VII avrebbe incoronato imperatore) l'aiuto per restaurare a Firenze la signorìa dei Medici, suoi congiunti. All'epoca del Sacco di Roma, infatti, Ippolito de' Medici, signore della città dal 1524 (14), era stato costretto a lasciare Firenze, dove aveva assunto il potere un gruppo oligarchico, che aveva instaurato una repubblica (15).
In sostanza tutte le signorìe italiane avevano dovuto ottenere il riconoscimento esplicito dell'imperatore Carlo V alle condizioni e nei limiti da lui imposti. Anche la Repubblica di Venezia, la quale, nonostante le ricchezze che le assicuravano l'indipendenza, era tuttavia seriamente minacciata dall'avanzata turca nell'Europa orientale. D'altronde lo spostamento dell'asse commerciale dall'area mediterranea a quella atlantica stava consolidando il primato finanziario dell'Europa centro occidentale, dove nascevano le grandi potenze che avrebbero gestito la politica internazionale. Sembrava che nella nuova epoca che nasceva non ci fosse posto per l'Italia, incapace di superare i gretti confini dei suoi provincialismi.
Nell'assetto politico previsto per la nostra penisola l'imperatore, venendo incontro alle richieste del pontefice, aveva deciso che Firenze ritornasse alla signorìa dei Medici e Clemente VII, a sua volta, aveva già destinato al governo della città suo nipote Alessandro, che avrebbe dovuto sposare una figlia naturale di Carlo V, Margherita (16).
Tenuto conto dell'enorme potenza di Carlo V, la minuscola repubblica fiorentina non avrebbe certamente potuto resistere alle forze militari congiunte dell'imperatore e di quelle del papa. “Ma – scrive il Muratori – prevalendo nel loro Consiglio il mal'animo di molti contro la Casa de' Medici, e la sconsigliata temerità d'altri loro pari, benché si trovassero abbandonati dal Re di Francia e si vedessero venir contro tante forze del Pontefice e dell'Imperadore, non vollero dar orecchio a trattato alcuno di concordia, sperando nel benefizio del tempo, che potea produrre favorevoli accidenti” (17). In altre parole le famiglie nobili fiorentine non avevano alcuna intenzione di accettare la signorìa dei Medici decisa dall'imperatore e preferivano piuttosto impegnarsi nell' ìmpari lotta, confidando nella fortuna o nella speranza che il papa non si accanisse contro la sua stessa città natale. Il saggio e moderato gonfaloniere di Giustizia Nicolò Capponi, che si era messo in contatto epistolare con la Santa Sede nel tentativo di scongiurare un rovinoso conflitto, venne sostituito, il 18 aprile 1529, dall'intransigente Francesco Carducci, il quale creò in città un clima persecutorio nei confronti di coloro che erano, a torto o a ragione, sospettati di parteggiare per la famiglia dei Medici (18). Comunque, ritenendo suo dovere servire la propria patria, intervenne anche Michelangelo, nominato “generale governatore e procuratore” in qualità di architetto militare, per rinforzare le mura della città. Ma le varie famiglie di Firenze, gli Strozzi, i Soderini, i Carducci, gli Alemanni, i Vettori e tutte le altre che si opponevano risolutamente ai Medici non erano in grado né di tener testa alle armate imperiali e pontificie che si dirigevano alla volta di Firenze né di sventare gli intrighi interni.
Nell'autunno del '29 l'esercito pontificio e quello imperiale, guidato dal principe d'Orange (19), giunsero nei pressi di Firenze ed iniziò l'assedio della città. La commissione dei Dieci fu incaricata di organizzare la difesa. Ad Empoli era stato nominato commissario generale Francesco di Niccolò Ferrucci, cittadino di estrazione modesta, ma valoroso ed esperto (20), ai cui ordini si trovò Amico d'Arsoli (21), inviatogli da Firenze, come nota anche il Varchi. “Scrisse adunque a' signori Dieci (le quali lettere contenenti il modo e l'ordine da lui tenuto, si lessero con grand'applauso e molta sua loda nel Consiglio grande pubblicamente) che gli bastava la vista, se le loro signorie alcuni cavalli gli mandassero, di far qualche prova rilevata, e per avventura ripigliare San Miniato al Tedesco. I Dieci avendo, mediante la sperienza certissima di tutte le prove, conosciuto il valor suo, mandarono in Valdipesa messer Iacopo Bichi ed il signor Amico d'Arsoli con cento cavalli, con ordine ch'egli mandasse Musacchino co' suoi, siccome egli fece” (22).
Il Ferruccio, infatti, in data 6 novembre 1529, confermava ai Dieci: “Magnifici Domini. Iarsera, che fummo alli cinque, comparse qui il capitano Iacomo Bichi et il signore Amico Darsi (sic!), con cento cavalli leggieri; et questa mattina li habbiamo facti cavalcare per la Val di Pesa, con buonissime guide; et appresso di loro si è mandato buon numero di archibusieri, ad causa possino rompere la strada, et impedire le vectovaglie che vengono al campo delli nimici; et al ritorno loro penseremo di fare loro qualche altro danno” (23).
Amico d'Arsoli, questa volta combattente per la repubblica fiorentina contro l'esercito pontificio, dava subito buona prova di sé. Nello stesso mese di novembre il Ferruccio comunicava al commissario di Pisa Ceccotto Tosinghi: “Magnifico Commissario. In questa sarà copia de una lettera mandata di Peccioli a Luigi Ridolfi; per la quale potrete intendere come si truovorno in decto castello. Et accadendovi le forze di qui, avvisate, chè ancora ci si truova la cavalleria di messer Iacopo Bichi et del signor Amico, che oggi hanno corso insino alla strada di Siena, passato Lucardo, et alla volta delle Tavernelle; et hanno preso circa di LX cavalli, et altanti prigioni”(24). L'occupazione della munitissima roccaforte di Peccioli costituì effettivamente un'impresa memorabile e il Ferruccio, anche in seguito, descrisse con ammirazione il valore del suo capitano Amico d'Arsoli. In occasione di uno scontro vittorioso a Montopoli in Val d'Arno scriveva ancora ai



Dieci: “Del signore Amico non si può dire tanto bene, quanto ne bisognerìa dire più; et è homo che merita assa commendazione in questo mestiero. Et apresso, delli nostri capitani di piè, il simile; et non so se e'si vede che la sia gente da fidarsene o no, come quelle ne scrivono che è stato loro referto, che le non valevono molto” (25).
Ma gli atti di valore dei singoli non potevano certo arrestare le agguerrite armate pontificie e tedesche. Il papa stesso si era trasferito a Bologna per seguire da vicino le operazioni ed un tentativo di accordo proposto da Firenze all'imperatore non ebbe alcun esito. Mentre a gennaio del 1530 i Fiorentini affidavano così il comando del loro esercito al condottiero perugino Malatesta Baglioni (26), uno dei più noti capitani di ventura, sempre pronto a vendersi al migliore offerente, a febbraio papa Clemente VII imponeva sul capo di Carlo V la celebre corona ferrea.
Si giunse così allo scontro finale, che ebbe luogo nel 1530 nel paesino di Gavinana, sull'Appennino pistoiese, a circa 50 chilometri da Firenze. Il primo giorno di agosto Ferruccio “il quale con gran fatica in Pisa aveva messo d'intorno a tremila fanti e quattrocento cavagli sotto il governo del signor Giovanpagolo Orsini, figliuolo del signor Enzo da Ceri, e la condotta di Amico da Arsoli, e alcuni altri vecchi e esercitati capitani” (27) decise di muoversi verso la pianura di Firenze e sperando di alleggerire l'assedio della città andava spargendo la voce che intendeva dirigersi a Roma per sottoporla ad un secondo saccheggio (28). Ma, ricevuto l'ordine di marciare subito verso Gavinana, dove si annidava il nemico, “si mise il commissario fiorentino a camminare per gli aspri luoghi della montagna di Pistoia ... avendo ordinato il suo piccolo esercito in questa guisa, e diviso in due battaglie con tutte le bagaglie in mezzo ... Amico da Arsoli conduceva la cavalleria d'una battaglia, l'altra conduceva Carlo da Castro e il conte di Civitella” (29). Il primo scontro ebbe luogo nelle vie di Gavinana con i soldati dell'esercito imperiale guidati da Fabrizio Maramaldo (30) ed inizialmente le truppe fiorentine ebbero la meglio, tanto che restò ucciso lo stesso principe d'Orange. I Fiorentini avevano già cominciato a festeggiare la vittoria, quando sopraggiunse inaspettata la retroguardia tedesca comandata da Alessandro Vitelli (31), che rovesciò la situazione.
“Circondati i Ferrucciani d'ogn'intorno, ne furono molti morti, e molti presi, e molti si missero in fuga: il che veggendo il Ferruccio, e non volendo ancora cedere ... si ritirò in un casotto col signor Giampagolo (da Ceri), vicino al castello, e quivi ... si difesero gran pezzo” scrive il Varchi (32). Ma poi “alla perfine essendo amendui, e massimamente il Ferruccio, ferito di più colpi mortali, anzi non avendo egli parte nessuna addosso la quale non fusse o ammaccata dalle picche, o forata dagli archibusi, non potendo più regger l'armi, s'arrenderono”. “Il Ferruccio – sempre secondo il Varchi – fu prigione d'uno Spagnuolo, il quale per avere la taglia lo teneva nascoso, ma Fabbrizio (Maramaldo) volle che gli fosse condotto dinanzi, e fattolo disarmare in sulla piazza, e dicendoli tuttavia villane e ingiuriose parole, alle quali il Ferruccio rispose sempre animosamente, gli ficcò, chi dice la spada, chi dice il pugnale e chi una zagaglia, chi dice nel petto e chi nella gola, e comandò a' suoi (avendo egli detto, tu ammazzi un uomo morto) che finissero d'ammazzarlo, o non conoscendo, o non curando l'infinita infamia che di così barbaro e atroce misfatto perpetuamente seguire gli doveva. Il signor Giampagolo gli pagò quattromila ducati di taglia, e fu liberato. Il signor Amico d'Arsoli, il quale aveva quel giorno con senno senile e forze giovenili fatto prove meravigliose, fu comprato dal signor Marzio Colonna secento ducati da coloro che l'avevano prigione, e ammazzato di sua mano; atto per mio giudicio tale, che i Romani antichi non ne fecero alcun mai in tutte le guerre loro né sì bello né sì lodevole, che questo non fosse più brutto e più biasimevole: e come la cagione che allegava poi Fabbrizio in escusazione della sua efferata inumanità, trovata piuttosto da altri che da lui, era più verisimile che vera (33), così quella che s'allegava in difesa del signor Marzio, che l'Arsoli aveva morto in battaglia Scipion Colonna suo cugino, nollo scagiona né gli toglie la macchia dell'infamia”. Infine: “Bernardo Strozzi, giovane animosissimo, ma degno del suo soprannome (il Cattivanza), essendo ferito in uno stinco, d'archibuso, fu da Giovanni di Mariotto Cellesi (il quale s'era partito a posta da Pistoia per ammazzarlo) riscattato mille scudi e fatto medicare, non come nimico suo, ma come suo amicissimo diligentemente nelle sue proprie case: cortesia veramente da non dovere mai essere sdimenticata da chi la ricevette, né taciuta da chi la intese” (34).
Gli episodi di crudeltà attribuiti ai capitani di ventura erano tutt'altro che infrequenti. In una missiva diretta ai Dieci, cui si è già accennato (35), Francesco Ferrucci in occasione della battaglia di Montopoli dichiarava: “Li morti ascendono alla somma di c; secondo mi dicono, più di cl: tanto che, si può dire non rotto il colonnello del signor Pirro, ma fracassato. Et quelli tanti che aranno passato il primo vaglio, non passeranno il secondo, perché li appiccherò per la gola; et particolarmente tutti li Sanesi, che sento ce n'è alquanti. Dal fatto della Lastra in qua, ò giurato a Dio, che tutti li soldati che non aranno ammazzati li prigioni che e' piglino, che io li appiccherò; et così lo atterrò loro”.
In ogni caso il maltrattamento e l'uccisione dei prigionieri di guerra, benché non fossero esplicitamente vietati da apposite norme imposte da accordi internazionali come ai giorni nostri, erano ritenuti atti contrari sia al codice cavalleresco che al jus gentium, il diritto naturale non scritto che regola i rapporti tra gli esseri umani in tutto il mondo.
Ma indipendentemente dagli atti di ferocia o di generosità di cui potevano dar prova, i capitani di ventura, occorre notare, non facevano altro che esercitare un mestiere lautamente remunerato ed al quale era estranea qualunque aspirazione idealistica. In questo caso, ad esempio, si trattava della lotta tra famiglie fiorentine in cui era intervenuto il papa, anche lui un Medici, con l'appoggio del neo imperatore Carlo V, il quale stava organizzando i suoi domini in Europa. Amico d'Arsoli, che aveva spesso combattuto al soldo del papato, aveva scelto ora il campo avverso, nel quale sfortunatamente aveva trovato la sua fine.
Quello che poteva perciò ridursi ad un semplice e quasi ignorato episodio delle vane lotte municipali in Italia si caricò invece di ben altro significato tre secoli dopo, quando, alimentate anche dalla corrente letteraria nota in tutta Europa come romanticismo, si diffusero nel continente le nuove aspirazioni politiche che avrebbero condotto al nazionalismo. La rivoluzione francese ne aveva posto le premesse sovvertendo i rapporti tra la classe aristocratica, ritenuta un relitto storico non più in grado di svolgere alcun ruolo sociale, e la borghesia che invece ne prendeva il posto per fondare un nuovo tipo di Stato. Le armate napoleoniche, poi, avevano fatto da tramite nel diffondere la nascente ideologia, che si basava essenzialmente sui criteri di patria, libertà, indipendenza politica e soprattutto sul concetto di nazione, un termine con una valenza non scientifica ma puramente emotiva, che poteva subire i più vari adattamenti. Così anche l'Italia, dove da sempre tutti avevano lottato contro tutti, scoprì ben presto (il Foscolo, ad esempio, già ufficiale napoleonico, morì nel 1827) che era una nazione attraverso l'intensa produzione letteraria che si andava diffondendo fra gli strati borghesi, i più interessati al cambiamento politico. Il nazionalismo esasperato avrebbe in futuro, per la verità, generato altri e ben peggiori “ismi” fino alla catastrofe finale che avrebbe visto nel 1945 la popolazione europea dimezzata dalle guerre. Intanto, per infervorare gli animi e dotare di un fondamento storico o pseudostorico le pretese risorgimentali era indispensabile creare degli eroi che ante litteram si fossero prodigati per una patria alla loro epoca peraltro inesistente e perfino impensabile, ma che l'Ottocento ravvisava ormai nella intera penisola unificata.
Uno di tali personaggi venne identificato proprio in Francesco Ferrucci ovvero semplicemente il Ferruccio, che con la sua morte atroce ben si prestava alla creazione di una figura romantica secondo i canoni dell'epoca, onde incarnare, cioè, l'immagine dell' eroe immolatosi per la patria e brutalmente assassinato da un vile che combatteva per lo straniero. Non aveva importanza che entrambi, Ferruccio e Maramaldo, agissero da mercenari, che non si trattasse di una guerra di liberazione ma piuttosto di una contesa tra famiglie cittadine, che Ferruccio in realtà si battesse contro le armi pontificie per conto dell'oligarchia di Firenze. E soprattutto che nemmeno si sognasse di “liberare” l'Italia.
Per quel che riguarda il coinvolgimento del papato, tra l'altro, l'editore premetteva, nel licenziare il fantasioso romanzo dedicato dal D'Azeglio a quella storia (36) “non aver inteso l'autore nel parlar di Clemente VII recare alcun nocumento alla religione, ma soltanto alcune volte criticar la sua condotta privata nel ristabilire la potenza de' Medici in Firenze”. Si rendeva, in sostanza, necessario conciliare “nazione” e religione, che per la verità avevano militato nell'occasione in campi avversi. E la taccia di vigliacchieria e di tradimento restava comunque appiccicata per sempre – fino a diventare proverbiale – al capitano Maramaldo, fosse o no in quel caso un comandante dell'armata papale.
Ma allo scrittore interessava soprattutto l'eroico protagonista.
“Ferruccio, alto di corpo e tutto nerbo, vestito d'una cappa bruna con stivali grossi ed un berretto, che da un lato gli cadeva sull'occhio, stava a vederli passare, piantato sulle due gambe un poco aperte, intrecciate le braccia al petto, la fronte alta ed austera, sotto la quale lampeggiava quel suo sguardo sicuro che pel color delle pupille e lo sporger del sopracciglio, era simile a quello dell'aquila.
Con un rapido abbassar del capo corrispose al saluto de' condottieri, mentre accennando colla mano ordinava loro di stendergli innanzi in battaglia la compagnia sulla piazzetta che si trovava entrata appena la porta. I soldati, che avean legati i mantelli sulle groppe, e s'eran rassettati alla meglio, apparivan bella e buona gente, e bene a cavallo: ed al comando dell'Arsoli, dato un po' di volta per la piazzetta, si schierarono in linea. Si fece innanzi il Ferruccio, pur sempre colle braccia all'istesso modo, ed accostatosi ai due capitani, posti nel mezzo ed un poco innanzi dagli altri, diceva loro con voce sonora e quel parlar tronco che tanto può sui soldati.
- Bella compagnia! Uomini, cavalli, armi, tutto bene. Li vedremo all'opera e presto, che, viva Dio! Non aspettavo altro” (37).
La retorica risorgimentale avrebbe poi definitivamente glorificato Ferruccio nell'Inno di Mameli, dove il capitano fiorentino viene presentato come un modello (Ogni uom di Ferruccio ha il core, la mano). Ma D'Azeglio nel suo romanzo descrive più volte anche la figura di Amico d'Arsoli.
“Radunata così la compagnia, e fatto dal sergente l'appello per veder se nessuno mancasse, l'Arsoli, tratta la spada, volse il cavallo, dando ad alta voce l'ordine del muoversi.
- Per due dalla destra ... Avanti!” e nel corso della battaglia “L'Arsoli allora tutto ansante, fulminando per gli occhi l'allegrezza della vittoria, disse a me e ad un altro: “Presto, addietro alla porta Papiniana, e se il commissario può darmi cinquanta cavalli, fateli passar qui affinché ributtino quelli che volessero girar le mura e coglier i nostri alle spalle ... “. Insomma “Il signor Amico, povero vecchio, combatté quel giorno com'avesse venticinque anni”.
Nonostante tutto e malgrado il fatto che, come Ferruccio, l'Arsoli subisse una fine ignominiosa, non andò incontro alla stessa popolarità e non entrò nell'Olimpo degli eroi d'Italia. D'altronde, già nel 1847, durante alcune manifestazioni per l'unità d'Italia nel Granducato di Toscana “Alcuni esaltati, o piuttosto faziosi concepirono l'idea di onorare dopo tre secoli la memoria di Francesco Ferruccio, prode condottiero delle armi Fiorentine, ed ucciso ai due di Agosto dell'anno mille cinquecento e trenta, mentre combatteva per la libertà della patria, difendendo Fiorenza assediata dai Cesarei. Per tale effetto nel giorno dieci di Ottobre convennero in Gavinana, dove quel Capitano perdè la vita, molti abitanti dei vicini paesi e diversi che presero il carattere di Deputati di varie comuni Toscane, specialmente dell'Appennino. Ai Toscani si unirono alcuni Siciliani, che assunsero la qualifica di Rappresentanti della loro isola. Portavano tutti le loro bandiere, e fra le medesime grandeggiava la tricolore Italiana. Eravi similmente una bandiera Capitolina mandata in dono da Roma con analogo indirizzo sottoscritto da Ciceruacchio a nome dei Vessilliferi dei Rioni di Roma... Si visitò il campo di battaglia, si cumularono festoni di lauro, di fiori e di antiche armi sulla piazza, nella quale è tradizione che cadesse trafito e fosse sepolto il Ferruccio. In chiesa si benedissero le bandiere e si ringraziò l'Altissimo per l'attuale fratellanza dei popoli Italiani. Terminò la solennità un discorso mandato da Guerrazzi, notissimo a quei festeggianti per un romanzo storico sull'assedio di Firenze, nel quale appunto era morto il Ferruccio” (38).
Come si può notare agevolmente, il processo di osmosi tra letteratura e politica era compiuto, con tutte le conseguenze anche indesiderate che avrebbe comportato questa compenetrazione di fantasia romanzesca ed orgoglio nazionalistico. Alla fervida immaginazione meridionale, inoltre, non poteva mancare, come si era verificato perfino in età classica, un pantheon di eroi o di superuomini che si elevassero al di sopra della massa. E mentre nel mondo anglosassone il contrasto governanti/governati era stato pragmaticamente risolto già da secoli ricorrendo a quello che viene definito il patto sociale ovvero lo statuto o costituzione, che garantiva diritti e specificava doveri per entrambe le parti, nell'universo italico il cittadino (o, meglio, il suddito) preferiva rimettersi supinamente all'intervento superiore dell'eroe del giorno: lui avrebbe sicuramente risolto il nodo dei problemi. Dal patronus altomedievale al condottiero di ventura al sovrano assoluto al dittatore al padrino e così via, ogni epoca storica sembra costellata da questo ricorso emotivo ad un deus ex machina in grado di rassicurare e porsi ad esempio.
Infine: che cosa rappresenta Amico d'Arsoli nell' epoca attuale per il nostro popolo d'eroi?
La realtà storica, naturalmente, nell'ultimo secolo ha subito profonde modifiche, lo stesso concetto di nazione come base per la nascita di uno Stato pare superato dalla formazione di entità superstatali, nelle quali confluiscono comunità plurinazionali. Questo processo, noto ed accettato da secoli in altri continenti, sembra invece provocare resistenze ed angosce in alcune zone d'Europa, dove le popolazioni hanno sempre vissuto in piccole comunità autonome chiuse e temono di dover rinunciare alla propria identità. Per ora, comunque, le varie culture europee tendono a sopravvivere a tutti i costi salvaguardando il loro patrimonio spirituale. Amico d'Arsoli, perciò, continua a essere presente nella memoria della collettività che ne ha creato il mito; e nonostante ogni obiezione logica e a dispetto del noto aforisma di Brecht (39), risulta felicemente vivo almeno nell'immaginario della cultura popolare di Arsoli, che ne celebra annualmente la figura. Un modo anche questo per contrastare finchè possibile con i simboli della mitologia locale l'ondata della globalizzazione trionfante.



(1) Heinrich Lutz, Il risveglio politico e religioso dell’Europa nel XVI secolo, in “I Propilei-Grande Storia Universale Mondadori”, A. Mondadori editore, Verona 1970, vol. VII, pag. 42.
(2) Cfr., ad esempio, Antonii Possevini Societatis Jesu, “Moscovia et alia opera de statu huius saeculi”, in officina Birckmannica, sumptis Arnoldi Mylii 1587, reprint Gregg International Publishers, Westmead 1970.
(3) Ferdinand Gregorovius, Storia di Roma nel Medioevo, Newton Compton ed., Roma 1972, vol. VI, pag. 313. Per quanto riguarda Napoleone Orsini d’Aragona, già vescovo di Spoleto e poi abate di Farfa “entrato nello stato clericale più per bramosia d’oro che per amore di religione” si veda quanto scrive lo Schuster (I. Schuster, L’imperiale Abbazia di Farfa, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1987, pagg. 367-368). Amico d’Arsoli era con tutta probabilità imparentato con le famiglie dei Colonna e degli Orsini, ma non era un Orsini, come asserisce Cherubino Mirzio nella sua “Cronaca” (Amicus Ursinus Arsulae regulus): cfr. Giulio Silvestrelli, Città, castelli e terre della regione romana, Istituto di Studi Romani, Roma 1940, vol. I, pag. 357 e Edoardo Martinori, Lazio turrito, editore Luciano Marpurgo, Roma 1933, Parte I, pag. 67.
In un articolo su “Il Giornale d’Italia” del 13 novembre 1934 Giuseppe Greci ricorda la figura di Giovanni Passamonti primo sindaco ovvero priore, tra il 1848 ed il 1866, della municipalità di Grottaferrata, che proprio per suo interessamento da frazione di Frascati qual’era aveva finalmente ottenuto la dignità dell’autonomia comunale. In questo articolo (il cui testo ci è stato cortesemente messo a disposizione dalla Biblioteca Comunale “Giulio Cesare Croce” di San Giovanni in Persiceto) appare la genealogia della famiglia Passamonti ad iniziare da Amico Passamonti, signore di Arsoli, morto a Gavinana nel 1530. Il di lui figlio Roberto nel 1554 si sarebbe trasferito a Petritoli (nell’attuale provincia di Ascoli Piceno), lasciando a sua volta un figlio, Giovanni, nato nel 1556. Al quale avrebbero fatto seguito: Bernardo (n. 1596), Francesco (1632-1726, amministratore della badia di Grottaferrata, dove viveva con la sua famiglia), Matteo (m. 1761), Bernardino, Giuseppe, Luigi e infine Giovanni (nato il 22 agosto 1796), anche lui inizialmente amministratore della badia e tra il 1823 ed il 1847 assessore anziano del Comune di Frascati, dove aveva sposato Caterina Crisanti. Morto il 13 novembre 1866 appunto, come si è notato, quale compianto sindaco di Grottaferrata.
Altro personaggio interessante della famiglia fu il cav. Filippo Passamonti (1876 – 1940) illustre cittadino di Grottaferrata e appassionato bibliofilo, che raccolse un’enorme quantità di scritti su quella cittadina. Il primo gennaio 1935 egli scriveva al Tomassetti: “Amico di Arsoli (morto da valoroso col Ferruccio in Gavinana) apparteneva alla famiglia Passamonti, feudataria del castello di Arsoli dall’ottavo secolo al 1536. Il castello passò da questa data ai Zambeccari che lo vendettero poi ai Massimo nel 1574, attuali proprietari”. Cfr. Giuseppe Tomassetti, La campagna romana antica, medioevale e moderna, Leo S. Olschki editore, Firenze 1979, volume IV, pag. 318.
I documenti raccolti nel Regesto Sublacense, tuttavia, smentiscono il fatto che la terra d’Arsoli nell’ottavo secolo appartenesse ai Passamonti, i quali vi si stabilirono probabilmente nel XIII secolo. Cfr. Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia 1855, vol. LXXVI, pag. 16 e Walter Pulcini, “Arsoli, mille anni di storia”, in Lazio ieri e oggi, anno XXXIII, n. 1, Roma 1997, pag. 14.
(4) Renzo o Lorenzo Mancini (1468 – 1514) di Roma, anche lui avventuroso uomo d’armi, partecipò a molti degli eventi bellici che ebbero come teatro il nord ed il centro Italia. Famoso per la sua crudeltà, dopo alcuni efferati omicidi perpetrati a Roma venne fatto arrestare da papa Leone X (Giovanni de’ Medici, 1513 – 1521) e condannato alla decapitazione.
(5) Il fatto avvenne durante la guerra della Lega Santa, cui aderivano papa Giulio II, Ferdinando il Cattolico, Venezia, Massimiliano I ed Enrico VIII, contro la Francia (Cfr. Ludovico Antonio Muratori, Annali d’Italia, A. Casaletti, Roma 1788, tomo X, Parte I, pagg. 87-103).
(6) Francesco Maria I Della Rovere (1490 – 1538), signore di Urbino, nel 1512 aveva ereditato anche la signoria di Pesaro; tuttavia, morto lo zio Giuliano Della Rovere (papa Giulio II, 1503-1513), il nuovo papa Leone X lo dichiarò decaduto dai suoi domini, che vennero attribuiti invece al nipote del pontefice regnante, Lorenzo de’ Medici. Di Francesco Della Rovere sono noti i ritratti eseguiti da Tiziano e Raffaello.
(7) Giovanni de’ Medici, noto anche come Giovanni delle Bande Nere (1498 – 1526), fu uno dei più illustri capitani di ventura dell’epoca, spietato perfino nei confronti dei suoi soldati, ma ottimo stratega ed audacissimo combattente. Si trovò spesso a battersi per il papa Leone X, suo parente. Nel 1526, infatti, stava combattendo al soldo del pontefice contro le truppe di Carlo V.
(8) Minuscola cittadina in provincia di Mantova. Secondo il racconto del Muratori, nel mese di novembre del 1526 un corpo di tredici o quattordicimila fanti tedeschi era in procinto di attraversare il Po, “ma allorché in vicinanza di Borgoforte Giovanni de’ Medici coi cavalli leggieri andò a pizzicar la loro coda, eccoti, contro l’aspettazion d’ognuno un colpo di falconetto, che gli fracassò un ginocchio; per la qual ferita portato a Mantova, fra pochi giorni, cioè nel dì 30 di esso mese, cessò di vivere: giovane di circa ventotto anni, di mirabil senno, e insieme di non minor ardire, mancando in lui chi si sperava, che avesse a divenir l’onor d’Italia nell’arte della guerra” (Ludovico Antonio Muratori, op. cit., tomo X, Parte I, pag. 268). Amico d’Arsoli avrebbe partecipato allora, con Giovanni delle Bande Nere, alla battaglia di Govérnolo.
(9) Sciarra (Giovanni) Colonna per le sue imprese potrebbe essere definito un bandito comune piuttosto che un condottiero. Nel 1527 partecipò al Sacco di Roma insieme con i lanzichenecchi; successivamente si mise a depredare le campagne laziali e poi in Umbria saccheggiò completamente Norcia lasciandola in balia dei suoi soldati. Fu quindi la volta di Camerino, ma non risparmiò nemmeno l’Abruzzo, dove taglieggiò ferocemente L’Aquila prima di ritornare nel Lazio ed impadronirsi di Paliano. Morì nel 1545.
(10) “Tre cose desidero vedere innanzi della mia morte ; ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, l’Italia liberata da tutti e barbari, e liberato il mondo dalla tirannide di questi scelerati preti”: M. Francesco Guicciardini, “La Historia d’Italia”, L. Torrentino, Firenze 1561, pag. 236, cit. da Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Editoriale L’Espresso, Roma 2006, vol. 2, pag. 486.
(11) Il 15 giugno 1215 il re Giovanni Senzaterra firmava la Magna Charta Libertatum, documento con il quale la corona inglese riconosceva ai baroni alcuni diritti fondamentali, obbligandosi a sottoporre all’approvazione della Camera dei Comuni l’istituzione di nuove imposte, a riconoscere inoltre la libertà di commercio e determinate garanzie nel caso di processo. La Magna Charta rappresentò poi la base della moderna costituzione dello Stato inglese e fu il modello per gli altri Paesi che si dettero un'organizzazione democratica.
(12) Lorenzo, figlio di Giovanni conte degli Anguillara e di Giovanna Orsini, era nato a Ceri nel 1475 (o 1476) e fu un noto capitano di ventura al soldo sia di Venezia che del papato. Investito della signorìa di Bieda (attuale Blera) nel 1516 dal pontefice Leone X, difese Roma durante il famoso Sacco. Morì in Francia nel 1536 per un incidente di caccia.
(13) Cfr. M. Francesco Guicciardini, Della Istoria d'Italia Libri XX, M. Kluch, Friburgo 1776, tomo IV, libro XIX, pag. 318.
(14) Ippolito de' Medici (1511 – 1535) venne educato presso lo zio, papa Leone X (Giovanni de' Medici, 1513 – 1521). A capo del governo di Firenze – benché il potere di fatto fosse esercitato dal card. Passerini – fino al 1527, si dedicò in seguito alla carriera ecclesiastica, divenendo vicecancelliere della Chiesa.
(15) A Firenze il 26 aprile 1527 scoppiò la prima sommossa contro i Medici e in quell'occasione l'assalto a Palazzo Vecchio provocò la rottura del braccio sinistro del David di Michelangelo. Dopo il Sacco di Roma, il 16 maggio ebbe luogo una seconda rivolta che obbligò la famiglia dei Medici ed i suoi sostenitori a partire dalla città. Tra i capi dell'insurrezione era Filippo Strozzi con la moglie Clarice de' Medici, nipote del celebre Lorenzo il Magnifico. Venne allora proclamata la repubblica ispirata, come la precedente del 1494, agli ideali del Savonarola e il 31 maggio fu eletto gonfaloniere Niccolò Capponi
(16) Margherita d'Asburgo duchessa di Parma e Piacenza (1522-1586) sposò nel 1536 Alessandro de' Medici e nel 1538 Ottavio Farnese. Fu, in seguito e con alterna fortuna, governatrice dei Paesi Bassi. Cfr. anche Ludovico Antonio Muratori, op. cit., tomo X, Parte I, pag. 313.
(17) E ancora: “Benché si possa perdonare molto all'amor della Libertà, che in Popoli avvezzi ad essa suol'esser un mirabil'incentivo ad arrischiar tutto, e a sofferir tutto per difenderla: pure sembra, che non convenisse alla prudenza de' Fiorentini, tanto inferiori di forze, quell'ostinarsi cotanto contro le pretensioni del Papa, spalleggiato dall'armi Cesaree”. Ludovico Antonio Muratori, op. cit., tomo X, Parte I, pagg. 316-317.
(18) Cfr. Emanuele Repetti, Compendio storico della città di Firenze, Firenze 1849, pag. 131 e Lorenzo Pignotti, Storia della Toscana sino al Principato, Pisa 1815, pagg. 121-122.
Il Repetti (1776-1852), naturalista, geografo e storico toscano, si laureò in chimica e fu segretario dell'Accademia dei Georgofili. È noto soprattutto per la sua opera “Dizionario geografico fisico storico della Toscana” (1831).
Il Pignotti (1739-1872), anche lui toscano, fu poeta, storico ed anche apprezzato favolista. Laureato in medicina, fu docente di fisica presso l'Accademia dei Nobili di Firenze e dal 1775 presso l'Università di Pisa, di cui fu poi nominato rettore. Dal 1801 ebbe l'incarico di storiografo regio.
(19) Philibert de Chalon, principe d'Orange (1502 – 1530), guerreggiò in Italia sempre come comandante dell'esercito di Carlo V. Nel 1528 aveva sconfitto il francese Odet de Lautrec diventando viceré del Regno di Napoli.
(20) La biografia più nota è quella del contemporaneo Filippo Sassetti, Vita di Francesco Ferrucci, G. Daelli e Comp. Editori, Milano 1863. Il Sassetti, singolare figura di mercante letterato (1540 – 1588) viaggiò sia in Europa, arrivando fino a Lisbona, sia in Asia, dove raggiunse l'India, che descrisse nelle sue Lettere. Secondo il Pignotti (Lorenzo Pignotti, Storia della Toscana sino al Principato, Niccolò Capurro, Pisa 1815, tomo IX, Libro V, pag. 163) “Fu il Ferruccio dotato di grandi qualità, di sommo coraggio, attività e intelligenza nelle cose della guerra, robusto di corpo, tollerante delle fatiche. Benchè senza istruzione, possedeva una facile e popolare eloquenza, capace di persuadere la moltitudine. Era feroce, però, e crudele”.
(21) “Erano nell'esercito Giampaolo da Ceri, Amico d'Arsoli, Alfonso suo cugino, Goro da Monte Benichi, Augustino da Gaeta; il Cattivanza delli Strozzi, e cinque compagnie di Côrsi; che tutti facevano il numero di quattromila fanti e quattrocento cavalli...”: F. Sassetti, “Vita di Francesco Ferrucci”, in Archivio Storico Italiano, tomo IV , parte seconda, G. Pietro Vieusseux direttore-editore, Firenze 1853, pag. 527. Lo stesso A. ricorda un episodio capitato all'assedio di Volterra. “Era in Volterra Flaminio Minusio, cugino per ventura del conte Gherardo da Castagneta ... e essendo un giorno amendue alla presenza del Ferruccio, li chiese licenzia il conte per Flaminio di andare fino a Santo Andrea a cavallo, che era fuori della porta. Diegliela Francesco ... usciti di Volterra, essendo Flaminio sur un buon cavallo, datoli di sprone, se ne fuggì nel campo nimico. Tornò il conte dentro, e nel raccontare la sua sciagura ... dimostrava la propria innocenza. Sdegnossi il Commessario stranamente; e tratto dalla collera (che in un momento in lui s'insignoriva), voleva ammazzare il conte: e lo avrebbe fatto, se il signor Amico d'Arsoli, e altri capitani che erano quivi presenti, non si fussero opposti all'ira sua”. F. Sassetti, op. cit., pagg. 517-518.
(22) Benedetto Varchi, Storia fiorentina, Le Monnier, Firenze 1858, vol. II, Libro X, pag. 157. Il Varchi (1502 – 1565) letterato fiorentino, repubblicano e contemporaneo degli avvenimenti, andò esule con la famiglia degli Strozzi a Venezia. Alla fine, però, accettò incarichi e prebende dal duca Cosimo de' Medici, per conto del quale (1543) scrisse la Storia fiorentina in 16 libri, che venne pubblicata solo nel 1721.
(23)
Archivio Storico Italiano, tomo IV, parte seconda, cit., documento XXXIV, pag. 568.
(24) Ibidem, documento XLIV, pag. 576. La lettera è datata da Empoli il 17 novembre 1529.
(25) Ibidem, documento LXX, pag. 600. Lettera datata da Empoli il 13 dicembre 1529.
(26) “Nel dì 19. di Gennajo diedero i Fiorentini il bastone del generalato a Malatesta Baglione, che aveva fatto non pochi broglj per ottenerlo” (Ludovico Antonio Muratori, op. cit., tomo X, Parte I, pag. 322). In seguito fu sospettato di tradimento.
(27) Iacopo Nardi, Istorie della città di Firenze, Le Monnier, Firenze 1858, vol. II, Libro IX, pag. 203. Iacopo Nardi (1476-1563), seguace del Savonarola, ebbe parte attiva negli avvenimenti politici di Firenze, la sua città, specialmente durante l'ultima repubblica (1527-1530). Costretto in esilio, fu a Livorno, Venezia e Roma. Tradusse in italiano le Storie di Tito Livio e fu autore di diverse opere letterarie. Compose, ormai già vecchio, le Istorie della città di Firenze in dieci libri publicati postumi (1582).
(28) “Dando voce per qualunque luogo ei passava, d'andare a pigliare e saccheggiare un'altra fiata Roma, alla quale grida e desiderio de' soldati d'ogni nazione, si credeva di trovare ben disposti e apparecchiati i Tedeschi e gli Spagnuoli ... e si prometteva il detto Francesco avere a essere seguitato in quella impresa eziandio dallo esercito che teneva assediata Fiorenza”: Iacopo Nardi, op. cit., vol. II, Libro IX, pag. 204.
(29) Iacopo Nardi, op. cit., vol. II, Libro IX, pag. 205. Secondo alcuni storici il comandante Malatesta Baglioni avrebbe tradito Francesco Ferrucci rivelando ai nemici la strada che egli intendeva seguire (cfr., ad esempio, Lorenzo Pignotti, op. cit., pagg. 159 – 160, Bernardo Segni, Storie fiorentine, Barbera, Bianchi e C., Firenze 1857, pagg. 186-187 e anche Francesco Guicciardini, op. cit., libro XX, pag. 396).
30) Fabrizio Maramaldo (o Maramau, 1494 - 1552) era anch'egli un capitano di ventura, di origine napoletana o calabrese. Fuggito dal Regno di Napoli in quanto responsabile di uxoricidio, si mise al soldo degli imperiali. Partecipò alla battaglia di Pavia nel 1525 e l'anno dopo all'assedio di Asti, dove si rese famoso per le rapine e le scorrerie ai danni degli abitanti. Nel 1527 fu anche al Sacco di Roma e successivamente imperversò tra Lazio ed Abruzzo. Nel luglio del 1530 si trovava con mille fanti a San Gimignano, in Toscana, quando ricevette dal principe d'Orange l'ordine di muoversi contro l'esercito di Ferruccio.
(31) Marchese di Cetona (m. 1556). Condottiero al servizio di Carlo V, fu nominato comandante della guardia di Alessandro de' Medici dopo che Firenze venne presa dall'esercito pontificio-imperiale. Successivamente fu ancora al servizio di Carlo V e Cosimo de' Medici nella guerra di Siena come mastro di campo generale degli Spagnoli.
(32) Benedetto Varchi, op. cit., vol. II, Libro XI, pag. 348.
(33) Cfr. anche Lorenzo Pignotti, op. cit., tomo IX. Libro V, pag. 163. La giustificazione della ferocia di Maramaldo cui allude il Varchi si riferisce ad un episodio riferito dalle Cronache Volterrane: “Fabrizio Maramaldo e il Marchese del Vasto stringevano sempre più l'assedio, ed un giorno mandarono un trombetta ad intimare la resa. Il Ferruccio non rispose, ma temendo che il trombetta fosse venuto a spiare le difese, lo fece senz'altro appiccare; e di questo Fabrizio prese tanto sdegno, che giurò di vendicarsene, come fece poi a Gavinana uccidendo il Ferruccio” (in “Appendice dell'Archivio Storico Italiano”, tomo III, n. 14, G.P. Vieusseux, Firenze 1846, pag. 349; anche il Guicciardini ripete: “Fu ammazzato dal Maramus per sdegno, secondo disse, conceputo da lui quando nella oppugnazione di Volterra fece appiccare un Trombetto mandato in Volterra da lui con certa imbasciata” (op. cit., libro XX, pag. 396).
(34) Benedetto Varchi, op. cit., vol. II, Libro XI, pag. 349. Cfr. anche Scipione Ammirato, Istorie fiorentine, Parte II, tomo X, Firenze 1826, pag. 157. Scipione Ammirato (1531-1601), nato a Lecce da nobile famiglia di origine fiorentina, scrittore molto versatile, redasse l'opera Istorie fiorentine a Firenze, dove si era trasferito nel 1569 ben accolto dal granduca Cosimo.
(35) Documento LXX in Archivio Storico Italiano, tomo IV, parte seconda, cit., pagg. 600-601.
(36) Massimo D'Azeglio, Niccolò de' Lapi ovvero i Palleschi e i Piagnoni, Vanspandoch e C. Napoli 1841. Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio (1798 – 1866), fu essenzialmente uomo politico, di orientamento liberale e moderato; ricoprì anche le cariche di primo ministro e senatore del Regno di Sardegna. Parente di Alessandro Manzoni – ne aveva sposato la figlia Giulia – si dedicò con passione alla pittura ed alla letteratura. Oltre al “Niccolò de' Lapi” molto popolare fu il suo romanzo “Ettore Fieramosca ovvero La disfida di Barletta” (1833).
(37) Massimo D'Azeglio, op. cit., pagg. 114-115.
(38) Antonio Coppi, Annali d'Italia dal 1750, Tipografia Galileiana, Firenze 1859, Tomo IX, pagg. 189-191. A. Coppi, abate e storico (1783-1870), nato in Piemonte, trascorse tutta la sua vita a Roma dove fu uno dei fondatori ed il primo presidente dell'Accademia Tiberina. Oltre gli Annali d'Italia che scrisse come continuazione dell'opera del Muratori dal 1750 al 1861, fu autore delle Memorie Colonnesi (1855) sulla famiglia Colonna.
Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873), patriota e scrittore toscano, partecipò attivamente agli avvenimenti politici costituendo nel 1849 un governo provvisorio ed assumendo poi la dittatura all'atto della fuga del granduca dalla Toscana. Per questo fu condannato all'esilio in Corsica da dove però riuscì ad allontanarsi. Il suo stile di romanziere, passionale e ribelle, si risolve spesso in un verboso patriottismo. L'opera alla quale si riferisce il Coppi nel testo è l' Assedio di Firenze (1836).
(39) “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi!” è l'esclamazione del grande scienziato italiano nella “Vita di Galilei”, forse l'opera più rappresentata del grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (1898-1956).