I GENOVESI A TERRACINA

di  NICOLA CARIELLO





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Terracina


La vita dei Terracinesi durante il XII ed il XIII secolo non deve essere stata comoda. Soggetti alla triplice giurisdizione della Chiesa, dei signori feudali e del comune incipiente … essi erano vessati dagli uni e dagli altri” così scrive Arturo Bianchini, storico della graziosa cittadina laziale affacciata sul Tirreno. Nel XIV secolo, si può aggiungere, la vita deve essere stata ancora più scomoda. Prima la cattività avignonese e poi lo Scisma d’Occidente inasprirono le lotte fra le grandi casate feudali sulle quali primeggiava quella dei Caetani. Costoro, approfittando dell’incapacità del potere centrale dopo il trasferimento dei papi ad Avignone, tentarono di impadronirsi di Terracina, la quale si vide costretta a chiedere la protezione del re di Napoli, Roberto d’Angiò.
Ma le angherie non cessarono. Nel 1341, durante una scorreria, il potente barone Nicolò Caetani catturò venticinque cittadini terracinesi ed un grosso quantitativo di bestiame. Soltanto due anni dopo, grazie ai buoni uffici del vescovo di Terracina, Sergio Perunti e della contessa di Fondi, Giovanna Orsini, si riuscì a stipulare una pace alquanto precaria. La guerra, in realtà, continuava ed al Comune, oppresso dai debiti e minato dalle discordie interne, qualcuno consigliò perfino di offrire al papa Clemente VI il pieno potere sugli uffici cittadini con i redditi di tutte le gabelle ed i proventi giudiziari. Ma la proposta rimase lettera morta. Intanto Nicolò Caetani occupava il monastero e le fortezze che dal monte S. Angelo sovrastavano la città. La situazione era veramente disperata. Il Comune poteva contrastare il nemico soltanto con duecento balestrieri, che costituivano l’esercito cittadino permanente ed in caso di necessità avrebbe potuto far ricorso alla “Cavallata”, corpo straordinario di cinquanta cavalieri. DI fronte al pericolo imminente, però, sarebbero stati costretti ad intervenire tutti gli uomini atti alle armi.Era il maggio del 1346. Proprio in quei giorni approdavano al porto di Terracina 32 galee genovesi al comando di Dominicus de Garibaldo. Era una squadra che faceva parte della flotta agli ordini dell’ammiraglio Simone Vignoso. Secondo il Bianchini questo Garibaldo quasi certamente sarebbe stato un antenato dell’eroe dei due mondi; egli nota, tra l’altro, che il padre di Giuseppe Garibaldi si chiamava anche lui Domenico. La flotta ligure, comunque, era stata armata da privati cittadini di Genova per occupare l’isola di Chio, come in effetti, accadde: fu poi governata fino al 1566 dalla “Maona”, società gestita in forma privata da alcuni armatori di Genova con la protezione della loro Repubblica.
I Terracinesi, approfittando dell’insperata fortuna, si affrettarono a chiedere l’aiuto dei Genovesi che avevano fatto scalo nel loro porto.

 L’accordo fu presto concluso: in platea fori, nella piazza del foro, venne firmato da entrambe le parti l’instrumentum compositionis, il contratto per cui i militari liguri per la somma di 3000 fiorini d’oro si obbligavano a liberare la comunità terracinese dalla devoratione tyrannidis Nicolai Comitis Fundorum. In men che non si dica tennero fede al loro impegno, costringendo alla resa le fortezze occupate dalle truppe del Caetani e liberando il territorio terracinese dalla ingiusta occupazione del signore di Fondi. A questo punto sul Comune incombeva l’obbligo di versare agli armatori la somma pattuita per il loro intervento. Ma le casse della comunità erano esauste ed i Terracinesi non erano in grado di far fronte immediatamente al pesante onere finanziario. Per garantirsi il pagamento fino all’estinzione del debito gli armatori si rivolsero allora alla Repubblica genovese, la quale impose la sua protezione al Comune di Terracina. Da quel momento i Genovesi inviarono un loro podestà e divennero per i cittadini di Terracina domini et benefactores speciales, ossia signori e benefattori particolari. La signoria genovese si protrasse, salvo qualche interruzione, fino all’epoca della restaurazione statale da parte dell’Albornoz, l’energico cardinale che attuò il riordinamento legislativo dello Stato pontificio. Tutto sommato, per Terracina si trattò di un periodo di relativa tranquillità, mentre a sua volta Genova si assicurava un importante scalo marittimo sul Tirreno.
Nel 1347 i Terracinesi si rivolsero direttamente al Doge ed al Consiglio della Repubblica genovese per chiedere la definitiva conclusione delle ostilità con il Caetani. Ciò avrebbe consentito, tra l’altro, al Comune di risparmiare il soldo dovuto ai militari della Cavallata, ai quali erano destinati i cespiti rivenienti dalla dogana del sale finché ufficialmente perdurava lo stato di guerra. L’atto di pace venne effettivamente concluso nel 1347 e l’anno successivo il Caetani morì.
Tuttavia le ambasce dei Terracinesi non cessarono subito. I contrasti e le scaramucce con Fondi perduravano, le lotte intestine portarono all’esilio molti cittadini e lo stesso podestà, mentre la famosa “peste nera” del 1350 fece il resto. Soltanto dopo quell’anno, con il ritorno dei podestà genovesi, il Comune iniziò ad assolvere regolarmente il debito ricorrendo al denaro ricavato dalla vendita dell’attività esattiva delle gabelle e dalla dogana del sale. Nel 1366 il legato pontificio Gil de Albornoz manifestò la sua intenzione di togliere Terracina ai Genovesi per annetterla allo Stato della Chiesa; di fatto, dopo il 1367 non vengono più nominati podestà genovesi a Terracina. Probabilmente il debito era stato interamente pagato ed il periodo della signoria genovese si era così concluso.La sovranità comunale fieramente ed a lungo difesa tra mille pericoli doveva però cedere di fronte al nuovo assetto sociale che vedeva la Chiesa inquadrare i territori comunali nel più vasto ambito dello Stato ecclesiastico. Già dal 1357 le Costituzioni Egiziane avevano imposto ai Comuni di rassegnare i privilegi sui quali avevano fondato la loro autonomia ed avevano revocato i diritti acquisiti per lunga consuetudine. Di fronte alle pretese del rettore pontificio Daniele del Carretto, che in nome del papa occupava le fortezze di Terracina, simbolo della libertà comunale, i Terracinesi, usi da sempre a contrastare la prepotenza dei baroni, insorsero. Ma fu un episodio isolato. Ben presto furono costretti a tornare all’obbedienza della Chiesa, ricevettero l’assoluzione dal cardinale Francesco di Santa Sabina ed ottennero “per grazia speciale” e “sino a beneplacito del papa” la concessione della loro dogana, a condizione di pagare gli stipendi dei pubblici ufficiali nominati dalle autorità ecclesiastiche
Cessava così per sempre quella libertà comunale la cui difesa aveva comportato tanti sacrifici ed in nome della quale Terracina aveva accettato venti anni di signoria genovese, estremo quanto vano tentativo di tenere in vita una realtà che la storia stava superando.

BIBLIOGRAFIA
Arturo Bianchini, Storia di Terracina, Terracina 1997
Marie-René de la Blanchère, Terracine. Essai d’histoire locale, Paris 1884. Trad. Giovanni Rocci, Terracina 1983
Domenico Antonio Contatore, De Historia Terracinensi Libri V, Roma 1706
Giorgio Falco, I Comuni della Campagna e della Marittima nel Medio Evo, in “Studi sulla Storia del Lazio nel Medioevo”, Roma 1988.