MANLIO GELSOMINI

di  NICOLA CARIELLO





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Gelsomini

Manlio Gelsomini, nato a Roma il 9 novembre 1907, si era laureato in Medicina e Chirurgia nel 1931 presso l’Università di Siena. Dopo il servizio militare, prestato alla Scuola di Sanità Militare a Firenze, ritornò a Roma, dove abitava al civico 18 di via Venezia. Aprì quindi uno studio in piazza del Popolo ed alla morte del padre rimase, essendo figlio unico, il solo sostegno della madre. Giovane aitante e di temperamento gioviale, si procurò ben presto una vasta clientela. Le sue doti umane e l’indiscussa perizia nell’arte medica gli valevano, inoltre, il riconoscimento unanime. Il suo nome, a distanza di oltre mezzo secolo, è pronunciato ancora con ammirazione dai miei familiari più anziani; chi scrive ebbe la fortuna, poco più che neonato, di essere affidato alle sue cure provvidenziali.
Intanto, nel 1940 l’Italia era entrata in guerra; nel maggio del 1943 il dottor Gelsomini venne richiamato alle armi e cominciò a prestare servizio come ufficiale medico con il grado di tenente. Due mesi dopo, come è noto, gli Alleati sbarcavano in Sicilia e la dittatura fascista cadeva nel giro di 24 ore. Per gli Italiani, però, la guerra non era finita. L’armistizio segretamente stipulato a Cassibile dal nuovo governo con gli Alleati e reso pubblico l’8 settembre 1943 poneva il Paese in una situazione di estremo disagio. Una consistente armata dell’ex alleato tedesco era presente in Italia, ben decisa a restarvi come forza di occupazione. Per tutti gli Italiani ed in particolare per i militari si imponeva con urgenza la necessità di compiere una scelta. Da venti anni non lo facevano, perché c’era chi lo faceva per loro esautorandoli da qualsiasi forma di partecipazione alla vita politica della Nazione: il processo di involuzione illiberale avviato dal fascismo aveva tolto ogni potere al Parlamento, soppresso l’elettorato, instaurato il partito unico, limitate le libertà civili e sindacali ed introdotte discriminazioni nella capacità giuridica per motivi razziali. Gli Italiani, da cittadini, erano ritornati ad essere sudditi, in un moto regressivo che li aveva proiettati indietro nel tempo, ad un’epoca anteriore alle conquiste della Rivoluzione francese. In Paesi europei di sicura ed antica democrazia, dove le carte costituzionali risalivano al XVIII secolo, tutto ciò ovviamente non sarebbe accaduto; diverso il caso dell’Italia, la cui unità politica era troppo recente e più frutto di intese politiche europee che della volontà popolare. Escluso il Regno Sardo, inoltre, nessuno degli altri staterelli italici conosceva una carta costituzionale. Per cui, l'abolizione dei diritti fondamentali del cittadino e perfino l’annullamento del principio della tripartizione dei poteri, legislativo, giudiziario ed esecutivo (come ai tempi del Re Sole!) lasciò indifferenti le masse, da sempre avvezze a rimettersi all’arbitrio del principe ed a disinteressarsi dell’amministrazione della cosa pubblica (o Franza o Spagna purché se magna ...).
L’8 settembre del 1943 la Storia presentò brutalmente il suo conto. Per entrare nel novero delle moderne democrazie europee, attraverso l’acquisizione di una coscienza civile, il popolo italiano avrebbe dovuto pagare il suo tributo sanguinoso. In base allo Statuto Albertino (che risaliva al 1848!), invocato dopo venti anni di oblio, il Capo dello Stato, per quanto nella circostanza ciò fosse moralmente e politicamente discutibile, aveva legittimamente deciso di destituire il Capo del Governo. Il nuovo governo, dal punto di vista giuridico, era l’unico governo legale del Paese, al quale avrebbero dovuto far capo tutti i cittadini, compresi i militari.
La reazione tedesca fu immediata. Il dottor Manlio Gelsomini partecipò allo scontro che tra l’8 ed il 10 settembre del 1943 a Porta San Paolo oppose i soldati tedeschi ad un gruppo eterogeneo di militari italiani, granatieri, carabinieri e civili. Poi, a Roma, ufficialmente dichiarata “città aperta”, ma de facto nelle mani dei nazifascisti, cominciarono tristi i giorni dell’occupazione.
















Arrestato il conte Calvi di Bergolo, comandante della piazza di Roma, poiché si era rifiutato di aderire al governo fantoccio della cosiddetta Repubblica Sociale Italiana creata da Hitler, i nazisti cominciarono con il depredare il tesoro aureo della Banca d’Italia e quello della comunità israelitica, della quale oltre mille membri furono deportati dopo che era stata garantita loro l’immunità. I carabinieri vennero disarmati e si scatenò la repressione. Vennero create delle bande paramilitari come la famigerata banda Koch , che non solo si introdusse illegalmente nella sede del Collegio Lombardo, ma fece irruzione, nella notte del 4 febbraio 1944, nell’Abbazia di San Paolo fuori le mura, violandone l’extraterritorialità nonostante le vivaci quanto inutili proteste del Vaticano. Già dal 9 settembre 1943, però, si era costituito a Roma il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi e con la partecipazione di rappresentanti dei partiti esistenti prima del ventennio. La lotta partigiana si svolgeva sia a Roma sia nel Lazio, la regione italiana più a lungo e più duramente coinvolta nelle operazioni militari della “campagna d’Italia”. Basti ricordare Cassino ed Anzio.
Il dottor Gelsomini, a capo di un nucleo della resistenza armata ai nazisti, operava nel viterbese. Il gruppo di Gelsomini, che poi entrò a far parte del raggruppamento “Monte Soratte”, nonostante la reazione tedesca che eseguiva vasti rastrellamenti nella zona (il 26 ottobre a Bagnoregio veniva arrestato anche lo scrittore Bonaventura Tecchi), riusciva sempre a sfuggire alla cattura infliggendo duri colpi ai nazisti. Oltre a partecipare alle azioni militari, Gelsomini prestava anche la sua opera di medico. Proprio per recare soccorso ad un partigiano ferito, il 13 gennaio del 1944 cadde in una trappola abilmente tesagli dalle SS, avvertite da una spia. Una volta catturato, fu rinchiuso nella tristemente nota prigione di via Tasso a Roma, dove venne torturato a lungo ma senza successo. Spirito indomito e libero, durante la prigionia ebbe anche l’animo di scrivere delle poesie. Per indurlo a parlare i nazifascisti arrestarono, allora, l’anziana madre e la condannarono a morte. Scontato un mese di carcere, però, venne rilasciata in quanto anche questo crudele tentativo si era dimostrato inutile.
Il medico del carcere di via Tasso, dottor Cardente, che si adoperava come poteva per alleviare almeno in parte le pene dei prigionieri, tentò anche, ma invano, di ottenere per Gelsomini un trattamento più umano e magari la sua assistenza come collega nelle visite che effettuava in quell’inferno. Ma, come scrisse nel suo diario, “cozzai contro una ostilità sorda, implacabile!”. La sua sorte era, infatti, già segnata.
I numerosi attentati che fin dall’inizio dell’occupazione si erano susseguiti a Roma ad opera di elementi della Resistenza culminarono nell’azione di via Rasella, che provocò la furia di Berlino, da dove giunse l’ordine della rappresaglia. Poiché i popoli latini, come gli Slavi e gli Ebrei, venivano considerati sotto-uomini dalla folle dottrina nazionalsocialista, fu stabilito che per ogni soldato tedesco ucciso sarebbero stati sacrificati dieci italiani. La lista si allungò poi con qualche nome in più, ma trattandosi di “razza inferiore” fu deciso che non era il caso di preoccuparsi per questo. Il 24 marzo 1944 il dottor Gelsomini usciva da via Tasso per essere condotto alle Fosse Ardeatine, della cui strage gli stessi carnefici dovettero vergognarsi. Il luogo dell’esecuzione, infatti, fu tenuto segreto, i cadaveri frettolosamente interrati provocando una frana del terreno ed uno scarno comunicato stampa di poche righe dichiarò laconicamente che l’ordine di rappresaglia era stato eseguito.
Il dottor Manlio Gelsomini aveva così offerto, morendo a 37 anni, il suo contributo per la rinascita dell’Italia. Medaglia d’oro al valor militare, a Gelsomini sono stati intitolati il Largo ed il Viale che uniscono via Marmorata a piazza Albania.