LE DISGRAZIE DI ANNIBALDO DI CECCANO

di  NICOLA CARIELLO




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festino

Papa Clemente VI ( Pietro Roger, 1342-1352) da Avignone, dove era stata trasferita la sede apostolica, aveva indetto il Giubileo del 1350 incaricando i cardinali Annibaldo Caetani di Ceccano e Guido di Boulogne-sur-Mer di recarsi a Roma per sovrintendere all’organizzazione del solenne avvenimento. Il cardinale Annibaldo, in particolare, nominato vicario pontificio con pieni poteri, si affrettò ad insediarsi al Vaticano per eseguire nel migliore dei modi l’alto compito che gli era stato affidato. Ma i tempi erano molto difficili ed i Romani, privi di governo e vessati dai signorotti locali, dimostrarono subito la loro ostilità nei riguardi del nuovo arrivato. Il legato pontificio destava l’antipatia dei Quiriti per diversi motivi, come ci informa l’Anonimo Romano che nella sua Cronica, celebre per la vivacità del dialetto trecentesco, scrive: “Questo missore Anniballo ebbe in sé quattro proprietati non laudabili: la prima, ca esso fu de Campagna; la secunna, che esso fu guercio; la terza, fu moito pomposo, pieno de vanagloria; la quarta voglio tacere”. Il cardinale, perciò, agli occhi dei Romani aveva il torto di essere ciociaro, guercio e presuntoso. Per non parlare di altro, su cui l’Anonimo preferisce sorvolare.
I primi dissapori ebbero origine per colpa di … un cammello! Il vicario del Papa, infatti, aveva portato a Roma come animale da soma, insieme con i muli, uno di quegli esotici animali facendolo custodire nelle stalle del suo palazzo in Vaticano. Il popolino, incuriosito dalla novità, accorse in massa per ammirare l’insolito quadrupede. La cosa non si svolse certamente in modo discreto. “Chi lo mira, chi lo tocca lo pelo, chi lo capo, chi li bennardi. E llo cavalcano … Granne ene lo cifolare, granne è lo romore” narra l’Anonimo. Quando, infine, uno stalliere tenta di porre fine all’invadenza dei curiosi, la folla reagisce e gli si rivolta contro; il trambusto non accenna a placarsi ed anzi cresce fino a trasformarsi quasi in una sommossa. “Iettavano prete su allo palazzo … a questo romore traie la iente con vastoni e stanche … allo palazzo se fao lo granne commattere … lo romore era terribile … Le prete fioccavano, verruti e lance, lanciate como acqua ventosa”.
Fortunatamente intervenne un certo frate Giovanni di Lucca, precettore dell’Ospedale di S. Spirito in Sassia, che godeva di un qualche ascendente e che riuscì a raffreddare i bollenti spiriti popolari. La cosa per il momento finì lì ma l’avversione nutrita dai Romani per il cardinale era ovviamente da lui ricambiata. Aveva assistito, allibito, dal balcone di uno dei piani più alti del palazzo a tutta la scena ed era fuori di sé per l’indignazione. “Vedi come date cascione voi Romani che llo patre santo venga a Roma! In questa terra lo papa non fora signore, non fora iusto arciprete” andava dicendo, giustificando così quella cattività avignonese che durava da oltre quaranta anni con gravi danni per tutta la Cristianità e non solo per Roma.

Effettivamente l’Urbe versava in condizioni disastrose. Dopo l’allontanamento di Cola di Rienzo, costretto all’esilio dal papato, la città era in preda all’anarchia ed alla violenza quotidiana. Non era stata nemmeno risparmiata dalla famosa “peste nera” del 1348, alla quale aveva fatto seguito un’altra tragica calamità, un terremoto che aveva colpito memorie illustri come, ad esempio, la basilica di San Paolo fuori le mura. Inoltre, a Roma erano ancora numerosi i seguaci di Cola di Rienzo: non a torto il cardinale Annibaldo sospettava che proprio costoro tramassero più o meno apertamente contro di lui, odiato rappresentante del pontefice straniero e lontano. Un giorno, mentre si recava da San Pietro alla volta di San Paolo fu bersagliato da due frecce, una delle quali gli si conficcò nel copricapo. Erano partite dalla finestra di una casetta situata accanto alla chiesa di San Lorenzo in Piscibus (attualmente in Borgo Santo Spirito). Immediate quanto vane furono le ricerche per scoprire gli autori del misfatto. Gli attentatori,































infatti, avevano avuto tutto il tempo di fuggire da una porticina posteriore mescolandosi alla folla dei pellegrini diretti verso San Pietro. La casa, nella quale furono rinvenute soltanto le balestre, fu demolita, furono arrestati e torturati alcuni individui sospetti ma i colpevoli in realtà restarono impuniti.
Il cardinale, a questo punto, era furioso ed impaurito nello stesso tempo. “Dove so’ io venuto? A Roma deserta. Meglio me fora essere in Avignone piccolo pievano che in Roma granne prelato” dichiarava. Informò immediatamente del fatto il papa spedendogli delle lettere alle quali accluse il corpo del reato, vale a dire la freccia che gli aveva forato il berretto. Intanto aveva emesso un ennesimo bando contro Cola di Rienzo ed i suoi partigiani; però quando usciva dal suo palazzo era costretto a proteggersi con una corazza ed un elmo nascosti sotto l’abbigliamento consueto. Quanto mai gradito, perciò, arrivò l’ordine del pontefice che ingiungeva al cardinale Annibaldo di lasciare Roma e recarsi a Napoli quale suo legato. Veramente nemmeno il reame napoletano poteva dirsi un modello di buon governo e di vita pacifica: la guerra di Luigi d’Ungheria contro Giovanna d’Angiò, ad esempio, aveva lasciato gravosi strascichi come la temibile banda di mercenari ovvero la Gran Compagnia di Guarnieri di Urslingen, che andava seminando incontrastata il terrore fino nel Lazio meridionale. Comunque, ai primi di luglio il cardinale Annibaldo con tutto il suo seguito, cammello compreso, fu ben lieto di allontanarsi dalla città che lo voleva morto dirigendosi verso sud.  

Sotto il cocente sole estivo la carovana procedeva a piccole tappe. Una sosta doverosa venne fatta a Ceccano, patria del legato; un’altra presso l’insigne Abbazia di Montecassino. Poi ancora, a Cassino, detta allora San Germano. Il giorno seguente i viaggiatori si fermarono in un piccolo borgo poco lontano, dove al cardinale vennero fatti splendidamente gli onori di casa. “Fra le aitre cose li furono presentati moiti buoni vini in fiaschi” nota l’Anonimo, aggiungendo: “Dice omo ca questi vini furono venenati, ca li votti tutti erano venenati per la Gran Compagnia che correva lo paiese”. Vale a dire che i buoni villici, a detta del cronista, per difendersi dalle violenze dei mercenari di oltralpe, avevano pensato bene di avvelenare le bevande. Purtroppo per lui “de questi divierzi vini lo cardinale, callo per lo cavalcare, bebbe e bene, perché aveva sete. Era delli buoni bevitori che avessi la Chiesa de Dio”. Poi, come consigliavano i suoi medici, mangiò del formaggio di pecora fresco appositamente confezionato per lui in “uno granne catino de ariento”. E per finire cetriolini sottaceto. La notte non riuscì a prendere sonno. Il mattino dopo la carovana dovette fermarsi ben presto. “Lo primo luoco che trovao fu la villa de Santo Iuorio”, l’attuale comune di San Giorgio a Liri e là il cardinale provò a riposare perché si sentiva male e non era più in grado di montare a cavallo. Ma quella stessa notte – era il 17 luglio 1350 – cessò di vivere.
Poi, in breve tempo, si ammalarono e morirono tutti i componenti la carovana, compreso un nipote del cardinale che lo aveva seguito in quel funesto viaggio. Una vera strage: non remansit canis mingens ad parietem, come efficacemente sottolinea l’Anonimo. Subito i “signori” del luogo si abbandonarono ad un vergognoso saccheggio depredando il corteo cardinalizio di tutto ciò che potevano arraffare. E le disgrazie del povero Annibaldo non erano ancora finite. Per essere trasportata a Roma e ricevere degna sepoltura in chiesa, la salma doveva essere conservata secondo le tradizioni e la tecnica dell’epoca. Così l’Anonimo descrive l’operazione: “Lo corpo dello legato fu opierto. Grasso era drento como fussi vitiello lattante. La vacuitate dello ventre fu empita de cera munna. Lo corpo fu inonto de aloé e vestito in abito de frate menore. Messo in una cassa sopra de un mulo, como fussi una soma, qua venerat via Romam rediit”. Infine a Roma “senza compagnia, senza ululato, senza chierico fu operta semplicemente la soa sepoitura della soa cappella. Là fu iettato. Non fu allocato, anco fu iettato sì che cadde in bocconi, e così imboccato remase”.
Dalla macabra scena l’Anonimo trae occasione per le sue considerazioni di tipo moralistico sulla vanità delle cose umane osservando anche con un certo compiacimento non privo di livore: “Omo pomposo, aito prelato, che desiderava la moneta, li onori, le granne casamenta, le onorabili compagnie, iace solo in abito de povertate, renchiuso in soa tomma”. La cupa vicenda del cardinale Annibaldo di Ceccano si svolse in uno dei periodi più tristi della storia della Chiesa. E forse non poteva trovare migliore narratore dell’Anonimo romano il quale, per dirla con Gianfranco Contini “è stato il descrittore di un’Italia tutta al contrario dell’Italia all’italiana, bonaria, che si arrangia; anzi, il descrittore dell’altro versante, dell’Italia tragica”.