UN'AMBASCIATA GIAPPONESE A ROMA NEL 1585

di  NICOLA CARIELLO




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Gregorio XIII




L'impulso suscitato dal Concilio di Trento agì profondamente in campo religioso su Roma e su tutto il mondo. Il fervore controriformistico influì parimenti sulla politica vaticana. Il pontefice Gregorio XIII, asceso al soglio di Pietro nel 1572, aveva coperto tutti i Paesi di una rete fittissima di nunziature papali destinate a vigilare sui progressi della riforma cattolica e l'esecuzione dei decreti tridentini. Contemporaneamente, quasi a controbilanciare gli effetti del protestantesimo in Occidente, furono favoriti i contatti con le Chiese scismatiche orientali e soprattutto fu allargata l'attività missionaria nei Paesi d'oltremare, tanto che Gregorio XIII si meritò il titolo di papa delle missioni. A collaborare nell'opera di espansione del suo raggio d'azione nella società il papato trovò i più fidi e zelanti sostenitori nei gesuiti. 
Dalla Compagnia di Gesù, nata solo da qualche decennio, era già uscito San Francesco Saverio che, tra il 1548 ed il 1581, era stato nel lontanissimo e sconosciuto Giappone, dove era riuscito a guadagnare al Cattolicesimo alcune centinaia di indigeni. Già nel 1576 si poté aprire al culto la prima chiesa a Meaco (l'allora capitale Kyoto) e tre anni dopo i convertiti in tutto il Giappone si stimavano in 150.000 circa. 
Fu il padre Alessandro Valignani, inviato come visitatore apostolico, che ebbe l'idea di organizzare un'ambasciata di nobili cristiani giapponesi nella Capitale della Cristianità, con il duplice intento di mostrare ai neoconvertiti la Chiesa e l'Occidente in tutto il loro splendore nonché, come scrive il Summonte, “acciò Sua Santità, egli altri in Europa havessero come un saggio di quei Paesi, e per isperienza vedessero quello, che più volte inteso havevano per lettere del valore, e buona natura dei Giapponesi, con che parimenti conoscessero in fatto, che ogni fatica, e travaglio in cultivar tal vigna del Signore era molto ben impiegato” (1).
I sovrani cristiani di Bungo, Arima e Omura accettarono di inviare alcuni loro parenti molto giovani; i prescelti furono Manzio Ito e Michele Cingiva, principi reali, cui si aggiunsero due aristocratici, Giuliano Nacaura e Martino Hara. Erano tutti sui sedici anni di età. Accompagnati dallo stesso padre Valignani, partirono con una nave portoghese da Nagasaki il 20 febbraio 1582. Dopo una sosta di nove mesi a Macao, in attesa di un imbarco per l'Europa (la nave effettuava tale servizio una volta l'anno) giunsero il 10 agosto 1584 a Lisbona “ove havendo con infinita allegrezza vistosi innanzi agli occhi questa bella, e popolosa Città, restarono quei Giapponesi fuor di modo meravigliati, nò havendo fino a quell'hora la simile veduta”.











Furono poi in Spagna, dove vennero ricevuti in udienza da Filippo II e partiti da Alicante sbarcarono a Livorno il 1° marzo 1585. A Pisa vennero presentati al Granduca di Toscana e “finalmente giunsero a Viterbo, ove Sua Santità li mandò due Compagnie di Cavalli leggieri, e altre genti”. Dopo Viterbo ebbero modo di soggiornare anche nel palazzo di Caprarola, il cui proprietario, cardinale Farnese, li ospitò con regale munificenza.
L'eccezionale missione, a distanza di oltre tre anni dalla partenza dal Giappone, la sera del 22 marzo arrivava alle porte di Roma “termine desiderato della loro lunga peregrinazione con incredibile allegrezza, e contento del cuor loro, ove entrarono di notte, e furono con grandissimo giubilo ricevuti dal padre Claudio Acquaviva Napolitano Generale di Giesuiti nella lor Casa”. Per il giorno dopo, che cadeva di sabato, fu indetto dal Papa un pubblico Concistoro per solennizzare il ricevimento ufficiale degli ambasciatori.  
“I Signori Giapponesi secretamente in cocchio, si condussero alla vigna di Papa Giulio fuor della Porta del Popolo, e quindi fecero l'entrata pubblica ...”. Una folla straordinaria si era raccolta il mattino del 23 marzo nelle strade di Roma per ammirare gli ospiti stranieri.
Dalla villa di Giulio III con il consueto, solenne cerimoniale il ricco corteo, cui partecipavano ambasciatori, nobili, prelati e cardinali, fu accompagnato verso le mura della città dal vescovo di Imola, Maestro di casa del Papa con tutta la Corte pontificia. I Giapponesi montavano cavalli con gualdrappa nera ricamata in oro. Avevano indossato i costumi nazionali: abiti di seta bianca, ornati di oro, di uccelli e di fiori intessuti a diversi colori, con maniche molto larghe. Nella destra recavano un'artistica scimitarra e nella sinistra un pugnale. Erano “di statura piccola piuttosto che grande, di colore olivastro, con occhi piccoli, faccia ampia, nasi schiazzati, e di sembianza di viso quasi tutti  d'un medesimo liniamento”.
Il corteo si snodò da Porta del Popolo per Ripetta, Tor Sanguigna, via dei Coronari, via dei Banchi.
“Le strade per le quali passò la Cavalcata, e le finestre erano colme tutte d'ogni sorte di genti, e si vidde un comune giubilo in tutta Roma, vedendosi in ogni contrada voci di ringratiamento  d'Iddio per così grato, e giocondo spettacolo; ma giunti al Castello Sant'Angelo, con grandissimi, e assaissimi tiri d'artiglierie salutati furono, e passando avante de' Soldati della guardia, hebbero  una bella salve d'archibugiaria e anche dell'artigliaria del Palazzo”.
In Vaticano, dopo un rinfresco, gli ospiti furono condotti nella sala regia, ove era ad attenderli il Papa circondato dai Cardinali.
“Hor portando ciascun di loro la lettera in mano del suo Re' scoverta, guidati alla Sedia del Papa gli baciarono il piede con gran riverenza, e modestia e egli s'inchinò a baciarli uno per uno due volte con la faccia (come molti viddero) per allegrezza rigata di lacrime”.
I Giapponesi, dopo aver rivolto un saluto nella loro lingua al Sommo Pontefice, per la cui traduzione si prestò padre Meschita, presero posto in una tribuna. Il gesuita portoghese Consalvi  tenne un'allocuzione in latino in cui espose, tra l'altro, come nobili principi, condotti solo da motivi religiosi, erano venuti dagli estremi confini del mondo  per promettere al padre della Cristianità ubbidienza e fedeltà. All'allocuzione rispose, in nome del Papa, Antonio Boccapaduli, segretario dei Brevi.
Fu offerto, infine, un pranzo dal cardinal Boncompagni e al termine delle cerimonie i Giapponesi furono intrattenuti in udienza privata dal Papa. Nel corso di un'udienza successiva presentarono i loro doni, tra i quali una preziosa scrivania di ebano ed un quadro raffigurante una città giapponese.
Gregorio XIII colmò di attenzioni gli ospiti. Fece mandare loro del pesce fresco, poiché era di quaresima. Fece curare dai suoi medici Nacaura che era a letto febbricitante. Donò loro perfino dei vestiti europei, con i quali essi comparvero per la prima volta in pubblico in occasione della concessione di un'indulgenza a San Pietro il 29 marzo.
L'ambasciata giapponese, così felicemente intrapresa, ebbe termine, tuttavia, in modo inatteso: il 10 aprile moriva improvvisamente l'ottantatreenne Gregorio XIII.
Le conversioni al cristianesimo in Giappone vennero via via osteggiate. Dal 1587 iniziarono delle vere e proprie persecuzioni anticristiane: nel 1624 il Paese venne definitivamente chiuso agli stranieri.
(1) Giovanni Antonio Summonte, Dell'Historia della città e Regno di Napoli, Napoli 1643, t. IV, pp. 431 e segg.