SAN DOMENICO E L'ARSOLANO MIRACOLATO

di  NICOLA CARIELLO


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Arsoli

Foligno e Sora sono, rispettivamente, il luogo di nascita e quello di morte di San Domenico, vissuto tra la metà del X secolo ed il 1031. Le due città, come scrive Sofia Boesch, costituiscono “i punti estremi dell'itinerario, insieme geografico e religioso, di questa interessante figura di monaco ed eremita … costruttore di chiese e fondatore di comunità monastiche, abate, predicatore” (1).
Si tratta, per la verità, delle espressioni già usate da Leone Marsicano (2) nella Chronica Monasterii Casinensis (3), benché lo storico benedettino accenni pure alle proprietà taumaturgiche del santo.
Domenico di Sora rappresenta una figura indubbiamente complessa, che suscita ancora discussioni non soltanto tra gli agiografi (4), per le molteplici attività che svolse nel corso di una vita piuttosto lunga secondo i parametri dell'epoca. E movimentata anche dagli spostamenti dettati sia da esigenze spirituali che da necessità materiali.
Le fonti agiografiche relative, pertanto, sono alquanto ricche e complicate (5). Raccolte in un primo tempo dai Bollandisti (6) nella BHL (7), sono state oggetto di revisione critica anche in tempi recenti.
Le vicende biografiche di Domenico di Sora, in sintesi, furono descritte innanzitutto da un monaco Giovanni, che si dichiara suo discepolo e compagno. Successivamente da  Alberico di Montecassino (8), il quale, a sua volta, sostiene di essere stato sollecitato a riscrivere la storia della vita di Domenico da un confratello di nome Dodone, con il quale, anzi, si era recato fino al monastero di Sora per raccogliere testimonianze direttamente nel luogo dove il santo aveva trascorso gli ultimi tempi della sua esistenza (9). Si conserva, inoltre, anche un manoscritto dedicato ai miracoli operati dallo stesso santo (10).  La questione che ha principalmente attirato l'attenzione  degli studiosi riguarda il rapporto tra le due biografie e la loro attribuzione, in quanto, da riferimenti contenuti negli stessi manoscritti, sarebbe da supporre l'esistenza di un ulteriore testo agiografico. Secondo alcuni, invece (11), l'unico autore sia della biografia che della raccolta dei miracoli sarebbe lo stesso Alberico di Montecassino.             
In ogni caso, sulla base della documentazione esistente, è possibile ricostruire in modo plausibile ed in gran parte gli eventi della vita di san Domenico, che, allontanatosi dalla famiglia e dalla patria,  si sarebbe recato prima di tutto in penitenza presso il monastero di Santa Maria a Petra Demone in Sabina (12).  Da là ebbe inizio il suo percorso di predicazione itinerante, che lo portò, preceduto dalla fama di santità, in varie località del Lazio e dell'Abruzzo.
Come si è già accennato, le fonti relative a questo personaggio religioso ne descrivono l'attività sia in ordine alla fondazione di comunità monastiche ed alla costruzione di chiese e conventi sia nel campo dell'ammaestramento morale tramite la predicazione.
Per quanto concerne l'opera di costruzione o ricostruzione di edifici ecclesiali esistono in proposito diverse testimonianze reperibili nei documenti dell'epoca (13): si intende che l'istituzione di nuove comunità religiose aveva materialmente luogo grazie al generoso intervento di ricchi aristocratici, le cui donazioni immobiliari consentivano ad abbazie e monasteri di disporre di enormi latifondi. Il che trovava, però, una sua giustificazione pratica in relazione alla situazione politico-economica dell'Italia centrale in un'epoca che stava assistendo al tramonto dell'Impero ottoniano ed alla formazione di una classe baronale che da Roma estendeva il suo potere all'intero “Patrimonio di San Pietro” appoggiandosi all'autorità abbaziale (14).     
Riguardo, invece, all'azione predicatoria ed alla veemenza con la quale san Domenico tuonava contro la vita disordinata del popolo e soprattutto contro i cattivi costumi ed i vizi del clero, è stato giustamente notato che la figura di questo monaco incarna nel suo tempo le aspirazioni alla riformai cui primi fermenti cominciavano già ad affiorare tra il popolo minuto dei castra laziali che egli andava visitando nel corso delle sue peregrinazioni (15).   
Uno degli episodi più caratteristici, in cui viene descritto l'intervento del santo proprio per richiamare ai suoi doveri un prete inosservante delle norme canoniche, facendo perfino ricorso al soprannaturale, si svolse proprio in zone a noi prossime.
“Diebus eisdem frequenter vir beatus locis Campaniae (16) quibus Sublacus et Arzole vocabulo sunt, suam praesentiam exhibebat, saepeque eorundem locorum presbyteri de observanda pudicitiae castimonia sermonem exhortatorium faciebat ...” così inizia il racconto riportato nel manoscritto (17): “In quei giorni il santo frequentava spesso i luoghi della Campagna che stanno tra Arsoli e Subiaco e non di rado teneva i suoi sermoni perché i preti del posto si attenessero alle regole di una vita casta ...”.  E proprio uno dei sacerdoti del luogo, un certo Amato, “homo pravus impudicus audax improvidus temerarius”, uomo malvagio, spudorato, sfrontato, sconsiderato e temerario, “mulierum se complexibus iucundissimus”, felicissimo dei suoi rapporti con le donne, fu denunciato dagli stessi preti del posto a san Domenico perché si ravvedesse. Ma l'intervento


dei confratelli presso il monaco provocò la reazione violenta dell'infido sacerdote, il quale decise di compiere un gesto estremo. A cavallo ed armato si appostò in un luogo isolato “ad locum cui Campus Artinace nomen est” (18) e non appena l'ignaro Domenico giunse a breve distanza da lui, il prete Amato spronò il cavallo per trafiggere il sant'uomo con la lancia. Ma, d'improvviso “vires decidunt, tremunt viscera,  dentes strident, pallet facies, vix levat clipeum, vix valet dextera lanceam sustinere, equoque totus paene occasurus concutitur”: “gli vengono a mancare le forze, le viscere sono scombussolate, i denti stridono, il volto impallidisce, a malapena riesce a tenere lo scudo e a reggere con la destra la lancia ed è così sconvolto che quasi cade da cavallo”. Il santo gli si avvicina, gli parla ed il reo si pente: “Confitetur facinus lugens, ac in se reum Dominicum iudicem rogat promulgare sententiam”, “Confessa il suo delitto fra le lacrime e si rimette al giudizio di Domenico perché lo condanni come colpevole”. Dopo i salutari ammonimenti del monaco, infine il prete si ravvide del tutto e cambiò completamente genere di vita, vincendo le sue peccaminose inclinazioni.  
Nel campo dell'agiografia, come è noto, un ruolo fondamentale era rivestito dal racconto dei miracoli compiuti dall'eroe della fede, la cui santità veniva certificata dai poteri straordinari attribuitigli dalla divinità. Le raccolte di collezioni di fatti miracolosi compiuti dai servi di Dio durante la vita ma in particolare dopo la morte si moltiplicarono soprattutto dopo il V secolo, in relazione anche al culto ed al commercio delle reliquie (19). I Libri miraculorum, comunque redatti a scopo edificatorio, si andarono diffondendo poi dal XIII secolo perfino tra i laici, grazie anche all'opera di Jacopo da Varazze, autore della Legenda aurea (20). 
Così, la fama di taumaturgo che, a quanto pare, era stata conquistata da Domenico nel corso della sua esistenza si consolidò dopo la morte, avvenuta a Sora  il 22 gennaio del 1031 (21). La prima persona che ebbe la ventura di sperimentare i poteri celesti del santo monaco, poco dopo il suo trapasso, fu un uomo di nome Caro nativo di Arsoli. “Vir quidam, Carus nomine, de oppido cui Arzule nomen est oriundus – riferisce il nostro manoscritto – cibi potusque indigestione laborabat , in tantum ut quicquid cibi potusque stomacho infudisset, brevi intermisso tempore, eodem quo foramine introierat horridum cruentumque reiiceret”(22): “Un tale, di nome Caro, nato nella cittadina  chiamata  Arsoli, soffriva di cattiva digestione perché non poteva ingerire né cibi né bevande: qualsivoglia cibo o bevanda  introducesse nello stomaco veniva poco dopo rigettato, in modo orribile e sanguinoso, dalla stessa apertura da cui era entrato”. 
Inutili i tentativi di cura: “Cumque expendisset in medicos nullumque percepisset de languore remedium, hoc ei visum est solum postremumque refugium ut Dominici adiret memoriam atque ab eo, cui nulla non possibilia noverat, curationem sibi Dominico interventore deposceret, quam iam constans indubiusque gerebat se per hominis industriam quamlibet impetrare non posse”: “E poiché, nonostante quello che avesse speso per i medici, non aveva trovato alcun rimedio alla sua malattia, non gli restò che la sola ed estrema alternativa di rivolgersi alla memoria di Domenico, al quale era tutto possibile, per chiedere la sua intercessione nella cura, in quanto ormai era fermamente convinto di non poterne ottenere alcuna per opera umana”.           
Detto fatto, il disgraziato arsolano mise in atto il suo proposito (Implevit Carus opere quod animo tentarat consilium) e si recò in pellegrinaggio a Sora per chiedere la grazia. “Adiit Dei famuli tumulum ibique cum multas preces flens et eiulans obtulisset, ita plene antequam inde reditum aggrederetur sanatus est, ut post orationem invitatus ibidem a fratribus oblataque ad satietatem comederet et vivaciter omnia eius stomachus retineret”: “Giunse alla tomba del servo di Dio, dove, gemendo e piangendo, recitò tante preghiere così che prima di avviarsi sulla via del ritorno fu completamente guarito; invitato, dopo le orazioni, dai monaci del posto, mangiò a sazietà tutto ciò che gli venne offerto ed il suo stomaco digerì tutto vigorosamente”.
E la guarigione fu definitiva. “Quod divinitus sibi interventione Dominici collatum remedium ita in eo deinceps perduravit, ut eorum nihil ulterius per oris exitum eius stomachum redderet, quaecumque infusa ei seu edendo seu potando fuissent”: “La medicina somministratagli per grazia di Dio che lo guarì, grazie all'intercessione di san Domenico, continuò da allora ad avere effetto, tanto che il suo stomaco non restituì più nulla dalla bocca, quali che fossero il cibo o la bevanda da lui ingeriti”.    
Non è da escludere, pur nel silenzio delle fonti, che l'episodio miracoloso possa aver trovato il suo epilogo ad Arsoli, dove magari il buon Caro, finalmente in grado di mandar giù quanto di commestibile vi fosse, abbia degnamente festeggiato con amici e parenti la sua ritrovata normalità digestiva imbandendo crustum et mulsum ovvero “tarallucci e vino”, come si conviene ad ogni lieto fine.
Ma i poteri taumaturgici di Domenico andarono poi ben oltre le guarigioni da patologie gastrointestinali. Il culto del santo monaco umbro dopo la morte si diffuse in un'area geografica abbastanza vasta e non si limitò – come nota Sofia Boesch (23) -  a Sora, dove trascorse gli ultimi giorni della sua avventura terrena e dove vengono solennizzate, alla presenza di folle di pellegrini, le ricorrenze annuali che ne celebrano la memoria. Infatti il suo ricordo è vivo anche a Foligno, dove viene invocato contro le tempeste, nella stessa Sora contro i temporali e le febbri, nella Marsica, in particolare a Cocullo, contro la rabbia ed il morso dei serpenti. Qui, infine, i motivi religiosi si intrecciano al folclore locale mostrando attraverso la stratificazione dei riti succeditisi nel tempo l'antichità di un retaggio culturale che affonda le sue radici ben oltre l'età medievale. 

1- S. BOESCH, DOMENICO di Sora, santo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, volume 40 (1991).
2- Leone Ostiense o di Montecassino (1046-1115), detto Marsicano in quanto rampollo di una nobile famiglia dei Marsi. Monaco bibliotecario presso l'abbazia di Montecassino e cardinale vescovo di Ostia e Velletri, si dedicò ad un'intensa attività nel campo agiografico e storiografico. Tra le sue opere più importanti è senz'altro la Chronica Monasterii Casinensis, fonte primaria per lo studio della storia dell'Italia centro-meridionale nei secoli XI-XII. La Chronica, scritta per incarico dell'abate di Montecassino Odorisio, venne continuata, dopo la morte di Leone, dai monaci Guido e Pietro Diacono. L'edizione più importante è quella dell'Hoffmann (HARTMUT HOFFMANN, Die Chronik von Montecassino, Hahnsche Buchhandlung-Hannover 1980, in MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA, Scriptores, Tomus XXXIV.    
3- “His diebus, anno scilicet Domini millesimo tricesimo primo, beatus Dominicus mirabilium patrator magnorum et multorum fundator cenobiorum apud Soram Campanie civitatem iam ferme octogenarius migravit ad Dominum et sepultus est in monasterio Sore vicino, quod nunc eiusdem vocabulo nuncupatur” (In quei giorni, cioè nell'anno del Signore 1031, il beato Domenico, autore di grandi miracoli e fondatore di molti monasteri, quasi ottuagenario, a Sora città della Campagna ritornò al Signore e fu sepolto nel monastero in vicinanza di Sora, che ora porta il suo nome). Cfr. Chronica Monasterii Casinensis cit., in MGH, Scriptores, T. XXXIV, p. 283.
Il passo è riportato pure nei bollandiani ACTA SANCTORUM, Ianuarii Tomus II, XVI. posteriores dies complectens, apud Ioannem Merusium, Antverpiae anno MDCXLIII, p. 442.
Per i lettori di questa rivista è da rammentare che l'abbazia di San Domenico presso Sora è stata anche oggetto dell'escursione organizzata dall'associazione culturale “Aequa” il 2 giugno 2012.
4- Merita un cenno l'interpretazione del Toubert (P. TOUBERT, Les structures du Latium médiéval, École française de Rome, Rome 1973, I, pag. 75), secondo il quale, a proposito dell'evoluzione del “modello di eremita” presentato dalle fonti dell'epoca, sarebbe da notare che “à l'ermite errant et violemment contestataire du XI siècle (type Saint Dominique de Sora et Saint Pierre de Trevi) succède, avec la Réforme, le modèle de l'ermite-ascète stable, vivant dans sa grotte à proximité d'un coenobium traditionnel et soumis aux directives spirituelles d'un abbé, voire de l'évêque du lieu (type sainte Chelidonia ou saint Palombo)” (all'eremita errante e duramente contestatario dell'XI secolo, tipo San Domenico di Sora e San Pietro di Trevi, fa seguito, con la Riforma, l'eremita asceta  sedentario, che abita in una grotta nei pressi di un monastero tradizionale ed osserva le direttive spirituali di un abate e magari del vescovo locale, tipo santa Chelidonia o san Palombo). Quest'ultimo (quidam Monachus nomine Palumbus) viene citato nel Chronicon Sublacense in quanto, nel 1090, avrebbe chiesto ed ottenuto dall'abate Giovanni di Subiaco di vivere in una cella situata nel sacro speco, un tempo abitato da San Benedetto “et ibidem sanctificatus fuit”. Cfr.  L.A. MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores, Typ. Soc. Palatinae,  Milano 1738, t. XXIV, p. 936.
5- “Son dossier hagiographique est abondant et complexe” scrive François Dolbeau, che gli ha dedicato uno studio particolareggiato (cfr. F. DOLBEAU, Le dossier de Saint Dominique de Sora d'Albéric du Mont-Cassin à Jacques de Voragine, in “Mélanges de l'École française de Rome. Moyen Age. Temps modernes” T. 102 n° 1, 1990, pp. 7-78).
6- La Société des Bollandistes prese il nome da Jean Bolland (1596-1665), il gesuita belga che, continuando l'opera iniziata dal suo predecessore Heribert Rosweyde, organizzò lo studio critico e sistematico di tutti i testi riguardanti la vita dei santi. Oltre la monumentale raccolta degli Acta Sanctorum, la cui redazione giunge ai giorni nostri, i Bollandisti pubblicano anche dei periodici, come il quadrimestrale Analecta Bollandiana, iniziato nel 1882.               
7- Bibliotheca Hagiographica Latina Antiquae et Mediae Aetatis, ed. Soci Bollandiani A-I, Bruxelles, rue des Ursulines 14, 1898-1899, pp. 338-339. I manoscritti relativi sono classificati con questi numeri: 2241 (Vita auct. Iohanne Dominici discipulo) – 2242 (Miracula) – 2243 (Vita) – 2244 (Vita auct. Alberico diac. Casinensi) – 2245 (Vita auct. Alberico diac. Casinensi) – 2245b (Vita auct. Alberico diac. Casinensi) – 2246 (Epitome).  
8- Letterato e storico (1030-1100), Alberico di Montecassino fu monaco, maestro di grammatica e di retorica, ma si occupò anche di argomenti di dogmatica, agiografia e musica. Prestò la sua opera nel convento di Montecassino al tempo dell'abate Desiderio, divenuto poi papa Vittore III (1027-1087) e morì a Roma, dove fu sepolto nella basilica dei Santi Quattro Coronati. 
9- Cfr. “Vie et miracles de Saint Dominique de Sora. Édition de l'oeuvre d'Albéric” in F. DOLBEAU, Le dossier de Saint Dominique de Sora d'Albéric du Mont-Cassin à Jacques de Voragine, ecc., cit., p. 35. 
10- “S. Dominici Sorani ordine S. Benedicti miracula” in ANALECTA BOLLANDIANA, Société Générale de Librairie Catholique, Paris-Bruxelles, Genève 1882, Tomus I, p. 298.
11- “Les trois générations postérieures à la mort du saint, en 1031, ont connu une grande activité hagiographique. La Vie la plus ancienne a disparu, en raison de ses maladresses, parce qu'une composition plus élaborée, celle d'Albéric, la rendait inutile. La phase créatrice s'interrompt vers la fin du XI siècle, car il existe désormais une gamme de textes adaptés aux nécessités liturgique … la Vie de saint Dominique apparaît comme la plus ambitieuse et la plus étendue des oeuvres hagiographiques d'Albéric du Mont-Cassin” (Le tre generazioni successive alla morte del santo nel 1031 hanno conosciuto una grande attività agiografica. La Vita più antica è sparita per via della sua rozzezza, in quanto una composizione più raffinata, quella di Alberico, la rendeva inutile. La fase  creativa si interrompe verso la fine dell'XI secolo poiché ormai esisteva una serie di testi adatti alle necessità del culto … la Vita di san Domenico si presentava come la più pretenziosa e la più ampia  delle opere agiografiche di Alberico di Montecassino): cfr. F. DOLBEAU, Le dossier de Saint Dominique de Sora d'Albéric du Mont-Cassin à Jacques de Voragine, ecc., cit., pp. 31-33.      
12- “Proficiscitur ad locum qui a simulacro dei Amonis, quod ibidem olim divinis gentilitas cultibus honorabat, Petra daemonis corrupte usque in diem hodiernum vocatur. Ibique in monasterio quodam  Sanctae Dei Genitricis Virginisque perpetuae nomini dedicato, per manus Domnosi mira abbatis sanctitate conspicui, sancti ordinis indutus est habitum” (Si recò in un luogo che dalla statua del dio Ammone, che là un tempo i pagani onoravano come essere divino, si chiama ancora oggi per corruzione Pietra del Demonio. E nel locale monastero dedicato alla Santa Madre di Dio sempre Vergine, per mano dell'abate Donnoso, uomo di eccelsa santità, indossò l'abito dell'ordine sacro”. Cfr. F. DOLBEAU, Le dossier de Saint Dominique de Sora d'Albéric du Mont-Cassin à Jacques de Voragine, ecc., cit., p. 37. Si veda anche JOHN HOWE, Church Reform and social  change in eleventh-century Italy. Dominic of Sora and his patrons, University of Pennslvania Press, Philadelphia 1997, p. 35. In particolare sulla località di Petra Demone: L. BIONDI, Illustrazione di un frammento di antica Inscrizione, ritrovato sul monte Pietra Demone, nel territorio di Canemorto in Sabina, letta nell'Accademia Romana di Archeologia dal Cav. Luigi Biondi il dì 28 Aprile 1811, in “Dissertazioni dell'Accademia Romana di Archeologia”, Stamperia De Romanis, Roma 1821, Tomo I, Parte I, pp. 157-178; G. SILVESTRELLI, Città Castelli e Terre della Regione Romana, Istituto di Studi Romani ed., Roma 1940, II, p. 407; J. COSTE, Scritti di topografia medievale. Problemi di metodo e ricerche sul Lazio, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1996, pp. 406-407; P. TERENZI, Pietra Demone e il reperto di Giove Cacuno a Orvinio in “Aequa”, n. 40 (marzo 2010), p. 13. 
13- Cfr., ad esempio, E. GATTOLA, Historia Abbatiae Cassinensis, S. Coleti, Venezia 1733, I, p. 238 (Monasterium  quoque S. Petri de Avellana fundavit S. Dominicus Abbas Soranus, teste Alberico cardinali, & monacho Cassinensi); E. GATTOLA, Ad Historiam Abbatiae Cassinensis Accessiones, S. Coleti, Venezia 1734, I, pp. 178-179 (Borellus Comes ...Monasterium S. Petri, quod vocatur de Avellana … satis ampla terrarum, cum ecclesiis, & colonis, & cum omnibus omnino pertinentiis, ac possessionibus suis, quod est terra quinque millium circiter modiorum ...devotissimus optulit … Theodinus quoque, & Oderisius atque Bernardus Balvenses Comites … aliud Monasterium Heremitarum in loco, qui dicitur Pratum Cardosum …a beato Dominico ante non pluros annos fundata extiterant … pari modo in hoc monasterio obtulerunt cum quinque scilicet adjacentibus lacubus, cum ecclesiis, & colonis, & cum omnibus omnino pertinenciis, ac possessionibus eorum … ). 
14- Si legga, in proposito, quanto scrive Laurent Feller (L. FELLER, Aristocratie, monde monastique et pouvoir en Italie centrale au IXème siècle, in La royauté et les élites dans l'Éurope carolingienne  (début IXème siècle aux environs de 920) – Actes du colloque international tenu à Lille en mars 1997, Lille 1998, pp. 325-345) già per la seconda metà del IX secolo:“Cette politique patrimoniale est normale et répond à des buts bien précis: il s'agit d'abord de faire en sorte que l'exploitation seigneuriale soit inséparable de la propriété monastique. Tous les agents en cause ont ainsi le même intérêt à assurer la stabilité de la situation foncière. Ensuite, en octroyant des précaires à des membres de l'aristocratie, les grands monastères … se placent dans la situation de devenir les principaux canaux par lequels la richesse foncière des grands lignages peut s'accroïtre. Autrement dit, il se sont substitués au roi  dans l'une de ses fonctions: permettre l'enrichissement du groupe de ses fidèles … Les familles de gastalds du IXème siècle forment au Xème siècle l'armature du groupe des seigneurs fonciers suffisamment puissants et riches pour procéder à «l'incastellamento» de leurs terres» (Questa politica patrimoniale è normale e si prefigge degli scopi ben precisi: si tratta innanzitutto di fare in modo che l'impresa agricola signorile non venga separata dalle proprietà dei monasteri. Tutti gli interessati, così, hanno lo stesso tornaconto ad assicurare la stabilità della situazione fondiaria. In seguito, con la concessione tramite contratti precari a membri dell'aristocrazia, i grandi monasteri … si pongono nella situazione di diventare i canali principali attraverso i quali può essere incrementata la ricchezza fondiaria delle grandi dinastie. In altre parole, hanno preso il posto del sovrano in una delle sue funzioni: consentire l'arricchimento del gruppo dei fedeli … Le famiglie dei gastaldi del IX secolo formano nel X secolo l'ossatura del gruppo di quei proprietari fondiari abbastanza ricchi e potenti per poter procedere all'incastellamento delle loro terre). 
Cfr. anche F. ROMANA STASOLLA-G.M. ANNOSCIA-S. DEL FERRO, Il ruolo delle signorie monastiche nell'articolazione del popolamento del Lazio medievale, in «Geografie del popolamento. Casi di studio, metodi e teorie. Atti del Convegno (Grosseto 24-26 settembre 2008)» reperibile in www.archeogr.unisi.it/geografie del popolamento.
15- Cfr. P. TOUBERT cit., II, p.897: “La fonction du prédicateur itinérant de type érémitique ne semble alors nullement, dans le Latium, de s'attaquer en solitaire à un desordre établi, mais bien plutôt de catalyser les aspirations réformatrices parties de la couche inférieure du laïcat. Bien sûr, à Veroli, Alatri, Sora et dans les humbles villages visités par saint Dominique, nous sommes loin de Milan … On ne peut nier, pour autant, la réalité des ferments de réforme qui travaillent au même moment le petit peuple de nos castra” (Il compito del predicatore errante di tipo eremitico non sembra affatto, allora, nel Lazio quello di battersi da solo contro un certo disordine, ma piuttosto  quello di catalizzare le aspirazioni che partivano dagli strati inferiori del laicato. Naturalmente, a Veroli, Alatri, Sora e nei modesti paesi visitati da san Domenico siamo ben lontani da Milano … Ma non si può negare, d'altronde, la realtà dei fermenti di riforma che nello stesso momento agitavano  il popolino dei nostri castra).                  
16- Nel medioevo il termine Campaniae Maritimaeque provincia corrispondeva ad una divisione amministrativa dello Stato pontificio ovvero la provincia di Campagna e Marittima, comprendente grosso modo il territorio del Lazio meridionale fino a Terracina. Ad esempio, l'attuale Comune di Fiuggi fino al 1911 era chiamato ancora Anticoli di Campagna. Il termine culto “Lazio” venne coniato in epoca successiva all'età medievale, allorché gli umanisti nel XVI secolo riscoprirono l'antica denominazione classica di  Latium. 
17- “S. Dominici Sorani ordine S. Benedicti miracula” in ANALECTA BOLLANDIANA, ecc., cit, I, p. 302 n. 7. Cfr. anche F. DOLBEAU, Le dossier de Saint Dominique de Sora d'Albéric du Mont-Cassin à Jacques de Voragine, ecc., cit., p. 57 n.172.
18- Secondo il Dolbeau (F. DOLBEAU, Le dossier de Saint Dominique de Sora d'Albéric du Mont-Cassin à Jacques de Voragine, ecc., cit., p. 57 nota 48) tale località sarebbe da identificare negli attuali Altipiani di Arcinazzo. Cfr. anche G. MAROCCO, Monumenti dello Stato Pontificio e relazione topografica di ogni paese. Lazio e sue memorie, Tip. Boulzaler, Roma 1836, t. IX, p. 69.
19- Cfr. A. VAUCHEZ-N.P. ŠEVCENKO, Agiografia, in Enciclopedia dell'Arte Medievale, Treccani, Milano 1991.
20- Jacopo de' Fazio o da Varagine (Varazze, Savona), frate domenicano e agiografo (1228-1298), divenne famoso per la raccolta di vite dei santi (Legenda Sanctorum) nota come Legenda aurea.  Il libro, di cui si conoscono oltre un migliaio di manoscritti in latino, venne tradotto in più lingue e conobbe una diffusione capillare in tutta Europa.
21- F. DOLBEAU, Le dossier de Saint Dominique de Sora d'Albéric du Mont-Cassin à Jacques de Voragine, ecc., cit., pp. 61-62.
22- Ibidem, p. 62.
23- S. BOESCH, DOMENICO di Sora, santo, in Dizionario Biografico degli Italiani, cit.