I SARACENI NELLA VALLE DELL'ANIENE

di  NICOLA CARIELLO



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pietrasecca


La situazione dell'Italia nel IX secolo


La valle dell’Aniene fu interessata nel IX secolo, come altre località del Mediterraneo, dalle incursioni dei Saraceni.
Per la comprensione di tali avvenimenti è necessario innanzitutto esaminare le cause che li determinarono e la situazione creatasi nel Lazio. La predicazione di Maometto, come è noto, aveva favorito l’espansionismo degli Arabi, che nel giro di due secoli si diffusero in molti Paesi, dall’Oceano Indiano fino all’Atlantico. L’arabizzazione, che comportava nuovi modelli culturali, soprattutto per ciò che concerneva lingua e fede religiosa, non sempre incontrò ostacoli; anzi, tra le popolazioni meno evolute culturalmente e tra alcuni popoli di frontiera, vessati dal fiscalismo bizantino, venne perfino ben accolta. D’altronde la cosiddetta guerra santa era rivolta essenzialmente contro le credenze pagane, mentre i seguaci delle “religioni del Libro”, vale a dire cristiani ed ebrei, erano lasciati liberi di conservare il proprio credo, salvo il pagamento di un’imposta personale.
In Italia vennero creati gli emirati di Bari e di Taranto nonché quello, ben più importante, di Sicilia, che restò in vita per due secoli e mezzo, cioè fino alla conquista normanna nell’XI secolo e fu foriero per l’isola di un periodo di eccezionale prosperità economica nonché di una notevole fioritura culturale.
Diverso il caso della nostra penisola, nei cui confronti, se si eccettua il velleitario tentativo dell’emiro aghlabita di Kairuan, Ibrahim II, che nel 902 mosse dalla Sicilia alla volta di Roma per morire però ben presto sotto le mura di Cosenza, non pare si nutrissero particolari mire espansionistiche da parte musulmana (1). La “lunga terra” (come veniva detta l’Italia) divisa tra l’Ankūbardīya ed il Regno dei Rūm, cioè Impero franco e bizantino, comunque faceva parte della “casa della guerra” (dār al-harb), che nella visione musulmana del mondo si contrapponeva alla “casa dell’islam” (dār al-islām): questo fatto poneva perciò l’Italia nel novero delle nazioni non ancora assoggettate alla legge dell’islam e di conseguenza sempre esposte ad azioni belliche.
Verso le nostre coste si sentirono allora liberi di dirigersi in numero sempre crescente, senza scopi politici o intenti di proselitismo religioso, ma solo per procacciarsi facili guadagni, avventurieri e predoni che vivevano ai margini della società musulmana. In gran parte si trattava di Berberi africani islamizzati di recente. L’Italia altomedievale, infatti, non conobbe la religione islamica: i musulmani venivano semplicemente considerati membri di una strana setta eretica, mentre gli stessi storici arabi, dal canto loro, ignorano le avventure di quei loro correligionari (2). Le condizioni politiche in cui versava la penisola, peraltro, consentirono che i cosiddetti Saraceni potessero vivere e prosperare pressocché indisturbati.
Nel IX secolo gran parte dell’Italia centro-settentrionale faceva ancora parte, almeno formalmente, dell’Impero carolingio, che si stava dissolvendo sotto la spinta di istanze locali. Il territorio del Patrimonium Petri, il Patrimonio di San Pietro, affidato ufficialmente al papato da Carlo Magno, essenzialmente occupava la regione laziale. Costituiva la frontiera meridionale dell’Impero, al di là della quale coesistevano diverse entità politiche di derivazione longobarda o bizantina, oltre gli emirati musulmani. Questi staterelli erano perennemente in lotta fra di loro: le alleanze si facevano e si disfacevano a seconda del tornaconto momentaneo senza alcun disegno politico di ampio respiro. Fu così che, invocati dagli stessi governanti che ambivano a distruggersi l’un l’altro, i Saraceni poterono agevolmente insinuarsi nelle guerricciole cui prendevano parte Gaeta, Benevento, Capua, Napoli, Salerno, Benevento o Amalfi. Gli stessi prìncipi italiani offrivano loro di volta in volta ospitalità e ricetto pur di distruggere gli odiati vicini. Gli Africani, stanziatisi in accampamenti fortificati (ribāt), stringevano in tal modo alleanze con gli Italiani offendo i propri servigi: in tempo di guerra partecipando alle operazioni belliche insieme con l’alleato di turno e in tempo di pace organizzando razzìe soprattutto per procurarsi gli schiavi, che erano oggetto di un lucroso e fiorentissimo commercio. A tal proposito è da notare che la schiavitù era ammessa sia dai Cristiani che dai Musulmani e che la compravendita di schiavi costituiva un affare di dimensioni internazionali, al quale erano interessati anche i mercanti veneziani e quelli ebrei (3).
Questa situazione preoccupava non poco il papato, nel cui territorio dilagavano a loro piacimento i Saraceni, con il consenso se non proprio con la partecipazione dei governanti meridionali. I pontefici non erano in grado di opporsi militarmente alle incursioni organizzate dal sud e gli imperatori franchi, a loro volta, benché ripetutamente sollecitati dalla Santa Sede, non erano sempre in grado di difendere i confini estremi del loro regno. Solo dopo molte e reiterate violenze, ad esempio, l’imperatore Ludovico II (850-975) protestava rivolgendosi all’imperatore bizantino Basilio I (867-886), sotto la cui sovranità ricadeva la città di Napoli. I Napoletani – scriveva il sovrano franco – “fornendo agli infedeli armi, vettovaglie ed altri aiuti, li portano sulle spiagge di tutto il nostro Impero e si mettono a saccheggiare di nascosto con loro nei confini del territorio del beato Pietro, principe degli apostoli, come se Napoli fosse diventata Palermo o l’Africa. E quando i nostri inseguono i Saraceni, costoro per sfuggire riparano a Napoli” dove “trovano rifugio finché occorre” (4).

L'invasione del Lazio e la nascita delle leggende

L’invasione del Lazio sostanzialmente durò un secolo, considerando che il primo assalto (contro Centumcellae, presso l’odierna Civitavecchia) ebbe luogo nell’813 e la battaglia del Garigliano, che inferse un duro e definitivo colpo alle forze saracene, si svolse nel 916: il momento più odioso coincise (agosto 846) con l’attacco ed il saccheggio delle basiliche romane di San Pietro e San Paolo fuori le mura.
In questo lasso di tempo i Saraceni o Agareni o Ismailiti (5), come pure erano detti, con l’appoggio dei loro alleati italiani, oltre il proficuo commercio di schiavi, rivenduti nei Paesi musulmani, dove la richiesta di mano d’opera servile era costantemente molto alta (6), organizzavano spesso e volentieri spedizioni militari; muovendo dai loro accampamenti (i cosiddetti ribāt erano dislocati anche nell’interno del Lazio) e seguendo di preferenza le vie fluviali, i Saraceni attaccavano soprattutto le ricche abbazie, dove il bottino risultava indubbiamente più consistente. Non se ne salvò nessuna: a volte i monaci armati si difendevano accanitamente, come a Montecassino dove perì lo stesso abate Bertario (856-883), altre volte, non potendo resistere a lungo, preferivano abbandonare i monasteri per trasferirsi altrove, come nel caso di Farfa, che l’abate Pietro I lasciò nelle mani degli infedeli. La badia venne poi distrutta da una banda di latrunculi, purtroppo italiani.
Le vicissitudini dell’epoca vennero descritte, a volte anche con dovizia di particolari, dalle cronache coeve o di poco successive, per cui se ne può ricavare in generale un quadro storico abbastanza chiaro. Liutprando di Cremona sintetizza efficacemente la situazione scrivendo che “Nessuno da Occidente o da Settentrione poteva passare per andare a Roma a pregare sulle tombe dei beatissimi apostoli, senza che fosse preso da costoro (i Saraceni) e lasciato libero col pagamento di un forte riscatto. Sebbene infatti l’Italia fosse oppressa da molte stragi … tuttavia da nessuna furia o peste era tormentata come dagli Africani” (7). In materia, inoltre, estremamente interessante risulta l’epistolario di papa Giovanni VIII (872-882), fortunatamente pervenutoci (8). Molte delle lettere di quel pontefice, concernenti appunto il problema saraceno, sono dirette agli imperatori franchi per invocarne l’intervento militare. Da parte sua il papa aveva intanto già armato una flottiglia di dromoni ed aveva racchiuso la zona della basilica di S. Paolo entro una cinta muraria, creando una cittadella detta Giovannipoli (9). Significative, in particolare, appaiono le note indirizzate alle autorità civili ed ecclesiastiche del sud per invitarle a desistere dall’infame alleanza con i Saraceni, basata sul desiderio di un “turpe guadagno”. Ma né le promesse di ricompense in denaro né le minacce di scomuniche riuscivano a sortire alcun effetto.

Nella corrispondenza di Giovanni VIII, dove vengono descritte le paurose condizioni di vita della campagna romana, si fa riferimento anche alla valle dell’Aniene. Occorre però a questo punto osservare come le vicende accadute all’epoca delle invasioni saracene abbiano colpito in modo straordinario la fantasia popolare, che ne ha tratto un complesso di leggende e tradizioni ed un colorito folclore. Racconti popolari in prosa e in versi presero a circolare con tutta probabilità già dai tempi della Prima Crociata, nell’XI secolo; da questi canti semplici prese il via la creazione dei grandi poemi classici del XVI secolo, estrema fioritura del filone sorto sulla Chanson de Roland, inneggiante alla bravura dei cavalieri cristiani rispetto ai musulmani. Questa letteratura è interessante e perfino affascinante; bisogna tuttavia avvertire che qui si è verificata a volte una curiosa contaminazione tra fantasia e realtà ovvero tra le leggende e la storia, per cui ancora al giorno d’oggi vengono presentati come veritieri fatti assolutamente non documentati e non documentabili. “Il medio evo – scrive lo storico Gabriele Pepe – è il più lussureggiante giardino di falsi che la storia conosca” (10) e non si può non essere d’accordo. Merita qui di essere ricordato il caso dell’abate Giuseppe Vella (1740-1814), un erudito maltese cappellano di S. Martino delle Scale (Palermo), il quale riuscì ad inventare di sana pianta dei testi arabi riguardanti il periodo del dominio musulmano in Sicilia. L’arcivescovo di Eraclea, Alfonso Airoldi (1729-1817), in buona fede fece pubblicare quei pretesi codici arabi in una



opera monumentale (Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, 1789-1792), che tuttavia in seguito rinnegò in quanto l’orientalista tedesco Joseph Hager (1757-1819) verificò di persona che si era trattato di una grossolana impostura. Da notare che il Vella, nelle sue falsificazioni, riportò anche un fantasioso scambio di corrispondenza tra i papi succeduti a Giovanni VIII, Marino I (882-884), Adriano III (884-885) e Stefano V (885-891) con l’emiro di Sicilia al-Hasan ben al-Abbas (882-887). In tali lettere, che avrebbero avuto ad oggetto il riscatto di prigionieri cristiani, si possono leggere espressioni quali: “Lu papa Marino servus di omni li servi di lu Maniu Deu, te saluta multu, e te diko, Maniu Amir di Sicilia Alasan, filiu di Alabbas, ki abeo kapitatu la tua littera signata kun la giurnata dilli quindici di lu mense Aprili oktocento oktanta tre …” e così via. Lo straordinario falso settecentesco, tra l’altro, colpì la fantasia dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia, che vi costruì un romanzo (11). Nonostante tutto ciò – questo è ancora più straordinario – perfino in tempi recenti alcuni storici continuano a citare le carte contenute nel suddetto Codice diplomatico attribuendo loro il valore di documenti autentici (12). È da osservare, inoltre, che non di rado le falsificazioni storiche vengono create ad arte per scopi ben precisi. Così la lunga stagione della poesia cavalleresca in funzione antimusulmana ben si adattava a giustificare le operazioni militari imposte dalle necessità commerciali delle repubbliche marinare; così il Vella inventò delle fonti antiche a sostegno della monarchia assoluta dei Borbone in un periodo in cui l’assolutismo in Europa cominciava a perdere il consenso generale (13).
Tutto ciò premesso si può esaminare la lettera, datata 10 febbraio 877, indirizzata da papa Giovanni VIII all’imperatore Carlo il Calvo per lamentare le angustie della Santa Sede e chiedere un soccorso immediato. Non era la prima né sarebbe stata l’ultima volta: a settembre dell’anno precedente si era rivolto al conte Bosone, cognato dell’imperatore, per ricordargli che stava ancora aspettando “manum auxilii .. contra nefandos Sarracenos”, un aiuto contro i tremendi Saraceni, che si erano moltiplicati come locuste, per cui il territorio abitato si era ridotto “in solitudinem et in cubilia bestiarum” in deserto e rifugio di animali !(14) Ora, rivolgendosi direttamente all’imperatore, dopo aver stigmatizzato il comportamento dei duchi di Spoleto e di Camerino, i quali, invece di correre in aiuto della popolazione dello Stato di San Pietro, razziavano e devastavano peggio dei Saraceni: “verum etiam quicquid residuum est a paganis impretermisse subtrahunt” (ci tolgono pure quello che hanno lasciato i Saraceni), descriveva con accenti drammatici la situazione della campagna romana. Queste le sue parole:
Tota Campania ab ipsis Deo odibilibus Saracenis funditus devastata iam fluvium, qui a Tiburtina urbe Romam decurrit, furtim transeunt et tam Sabinos quam sibi adiacentia loca predantur. Sanctorum quoque basilicas et altaria destruxerunt, sacerdotes et sanctimoniales, alios quidem captivos duxerunt, alios autem variis mortibus necaverunt et omnem Christi sanguine redemptum populum in circuitu deleverunt. Et quid dicam, aut quid loquar? Cum pervenerit gladius usque ad animam et sanguis omnium de terra clamet ad Deum. Ergo, precellentissime cesar, iamiam nostre calamitati succurrite, iam populi nostri miserias relevate, iam vestre potentie porrigite et hanc terram … liberate, ne, si perdita fuerit, et vestrum vilescat imperium, et tote Christianitati nascatur dispendium”. Cioè:
“Tutta la campagna romana viene devastata da cima a fondo da questi Saraceni invisi pure a Dio; ormai attraversano di nascosto il fiume che scorre da Tivoli verso Roma e depredano sia la Sabina che le località adiacenti. Distruggono basiliche e altari, catturano preti e monache, portandone via alcuni prigionieri e uccidendone altri in vari modi, annientando dappertutto il popolo redento dal sangue di Cristo. Ma che posso ancora dire, di che parlare? La spada è penetrata fin nell’anima e tutto il sangue versato in terra invoca Iddio. Perciò, eccellenza imperiale, soccorreteci nelle nostre disgrazie, sollevate il nostro popolo dalle sue miserie, aiutateci con la vostra potenza e liberate questa terra perché se essa andasse perduta ne verrebbe sminuito anche il vostro Impero e ne soffrirebbe tutta la cristianità”.

Per quanto si voglia ritenere che nell’enfasi oratoria il pontefice abbia dipinto a tinte troppo fosche la situazione del territorio di San Pietro, paventandone la fine imminente, è pur vero che bande di Saraceni, in combutta con elementi locali, scorrazzavano più o meno apertamente al di qua e al di là dell’Aniene. Risulta che non solo in Sabina avessero fissato dei ribāt (15), ma un po’ in tutto il Lazio. Per quel che concerne specificamente la valle dell’Aniene, pertanto, indubbiamente i predoni a caccia di schiavi da rivendere sui mercati meridionali non dovevano avere difficoltà a navigare lungo il fiume, risalendone la corrente oltre Tivoli. È necessario, però, anche aggiungere che – stando alle stesse dichiarazioni del pontefice – il territorio circostante Roma era ridotto ad un deserto. È più che naturale che gli abitanti, privi di difesa contro le incursioni dei mercanti di schiavi, cercassero scampo in località più munite. I villaggi sorti lungo la via Valeria o sulle colline che costeggiano l’Aniene, pertanto, dovevano essere ormai abbandonati; resistevano le grandi abbazie ed i monasteri fortificati, in grado di opporre una qualche resistenza. In genere essi disponevano di una loro milizia e spesso gli stessi monaci assumevano, quando necessario, il ruolo di difensori armati. I Saraceni rivolsero, quindi, la loro attenzione all’abbazia sublacense, che ne subì le tragiche conseguenze. Il Chronicon (16) ricorda che il settimo abate di Subiaco, Leone, chiese a papa Nicolò I (858-867) che fossero rinnovati i privilegi scritti accordati all’abbazia e bruciati dai Saraceni: il pontefice, con suo decreto, confermò tutti i privilegi concessi dai suoi predecessori o in altro modo acquisiti dall’abbazia. Il monastero, infatti, era stato assalito e distrutto ai tempi di papa Gregorio IV (827-844), secondo quanto si legge nella stessa Cronaca (17).
Più arduo risulta sostenere seriamente, in mancanza di documentazione, alcune tesi relative alla presenza dei Saraceni in altre località della valle dell’Aniene, come Saracinesco o Vicovaro, in quanto in tali casi sembrerebbe piuttosto trattarsi di leggende fiorite in tempi successivi senza alcun fondamento storico. Per quanto riguarda Saracinesco, ad esempio, del quale, per l’assonanza del nome, si è detto e ripetuto essere stato fondato da un gruppo di Saraceni successivamente convertitisi al cristianesimo, si può osservare che il nome di Rocca Sarraciniscum appare nel 1051 in un’iscrizione sulla fronte della chiesa di Santa Scolastica, dove sono elencati i possedimenti di Subiaco ai tempi dell’abate Umberto (1051-1060). Precedentemente era già citato nel Regesto Sublacense (anno 1005) semplicemente come volubrum qui vocatur Sarracenescum, vale a dire come “cascata d’acqua chiamata Saracinesca”. Il che lascia intendere che in quella località si sia andato formando un abitato entro la prima metà dell’XI secolo, fenomeno del resto comune a buona parte del Lazio e noto come “incastellamento”. Pare accettabile, quindi, l’ipotesi avanzata dal Toubert (18) che si tratti di un toponimo, non infrequente nei paesi latini, indicante una sommità, vale a dire serra (= sarra). Anche per ciò che concerne alcuni cognomi locali, che si vorrebbero derivati dall’arabo, sembra piuttosto che essi riecheggino i nomi di personaggi fantastici che appaiono nella letteratura cavalleresca dopo il XIII secolo (19).
Ancor più evidentemente privo di fondamento storico pare il racconto della battaglia che si sarebbe svolta nei pressi del convento di San Cosimato in quel di Vicovaro (20). Nel combattimento le orde saracene sarebbero state annientate nell’anno 916 dalle truppe cristiane guidate da … Carlo Magno! Pur a prescindere dal fatto che quell’imperatore era già defunto nell’ 814, non esiste alcun documento che possa suffragare tale tesi. È vero, invece, che all’epoca si verificarono diversi scontri (a Trebula Mutuesca, nella Valle del Baccano e infine al Garigliano) che inflissero durissimi colpi alle bande saracene, segnando la fine della loro tracotanza. Nel caso della fantomatica battaglia di San Cosimato si tratta, però, soltanto di un racconto leggendario acriticamente accolto o del semplice frutto della fantasia di uno scrittore locale del XVI secolo riferito come fatto storico (21).
Il periodo delle incursioni saracene destò, in sostanza, una tale impressione nella memoria collettiva, da dar vita a una specie di storia parallela, fatta di episodi favolosi, tramandati fino ai giorni nostri e scambiati per testimonianze reali. In conclusione, nella valle dell’Aniene, come d’altro canto in molte altre località del Mediterraneo, l’invasione musulmana creò un impatto violento. Occorre forse rammentare ancora una volta che essa fu favorita dalle condizioni politiche dell’epoca e soprattutto dalla struttura economica di un sistema di tipo schiavistico. I mercanti, che trafficavano con prìncipi sia cristiani sia musulmani, affidavano il “lavoro sporco” a mercenari e predoni che provvedevano a fornire la “materia prima”. La sconfitta del Garigliano nel 916 segnò la fine progressiva delle incursioni saracene e di un periodo storico: il X secolo costituisce, infatti, una sorta di spartiacque nella storia delle nostre contrade che cominciarono a poco a poco a ripopolarsi. Si tratta del fenomeno socioeconomico noto come “incastellamento”, per cui attorno alle rocche ed ai castelli signorili, sorti in cima ai colli che circondano la valle dell’Aniene, cominciavano a costruirsi le abitazioni dei lavoratori racchiuse entro una cinta muraria eretta a scopo difensivo. Si può affermare che l’atto di nascita di pressocché tutti gli attuali Comuni risalga appunto a quel periodo (X-XI secolo). La situazione politica stava subendo profondi mutamenti; nasceva una classe sociale formata di ricchissimi proprietari terrieri che incrementavano le loro fortune a spese l’uno dell’altro o che contestavano alla opulenta abbazia di Subiaco il possesso di terre e castelli in una lotta senza quartiere. Il tempo della grande paura era passato, ma le vicende umane continuavano ad essere improntate a quella storia che sempre si ripete, secondo il triste monito dell’Ecclesiaste: “Pecuniae oboediunt omnia”.


(1) Lupus Protospatarius Barensis, Rerum in Regno Neapolitano gestarum breve Chronicon ab Anno Sal. 860 usque ad 1102: “Anno 901. Descendit Abraham Rex Sarracenorum in Calabriam et ivi Cosentiam Civitatem et percussus est ictu fulguris”.
(2) La prima traduzione latina del Corano fu ordinata da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, all’inglese Roberto di Ketton all’inizio del XII secolo (cfr. Maria G. Stasolla, “Gli Arabi nella penisola italiana”, in Testimonianze degli Arabi in Italia, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1988, pag. 80).
(3) Ibn Khurda’dhbih, alto funzionario persiano vissuto nel IX secolo, nel suo “Libro delle vie e dei Regni” scrisse: “Ci sono mercanti ebrei … dall’Occidente portano eunuchi, schiavi e schiave, broccati, pellicce di castoro …”. Cfr. Bernard Lewis, I Musulmani alla scoperta dell’Europa, Roma-Bari, Laterza 1991 (trad. di Dennis M. Batish), pag. 137. Nel Liber Pontificalis si ricorda che all’epoca di papa Zaccaria (741-752), il quale si adoperò per reprimere il triste fenomeno, “Giunsero a Roma parecchi mercanti veneziani i quali, organizzando delle fiere, si misero a comprare una grande quantità di schiavi sia uomini sia donne, che intendevano portare in Africa presso i Pagani” ( Liber Pontificalis, glossato da Pietro Bohier OSB, vescovo di Orvieto, Roma, Libreria dell’Ateneo Salesiano, 1978, vol. II, pagg. 321-322).
(4) Anonimo, “Chronicon Salernitanum”, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptorum Tomus III, Hannover 1839, pagg. 517 n. 99 e 526 n. 107.
(5) Il termine “saraceni” in epoca classica si riferiva ad una bellicosa popolazione nomade stanziata nel golfo di Aqaba (Mar Rosso), per indicare poi nel Medioevo genericamente i predoni islamizzati che infestavano il Mediterraneo; “agareni”, invece, sarebbero stati i discendenti di Agar, la schiava di Sara, moglie di Abramo, il quale, secondo il racconto biblico, ebbe da lei un figlio al quale venne dato il nome di Ismaele (da cui anche “ismailiti” per Arabi).
(6) Il monaco franco Bernardo, vissuto nella seconda metà del IX secolo, racconta di aver visto nel porto di Taranto sei navi musulmane sulle quali erano stipati novemila prigionieri cristiani in partenza per l’Africa: cfr. “Bernardi itinerarium factum in loca sancta anno DCCCLXX”, in Patrologia Latina, Patrologiae Cursus Completus, Series Secunda, accurante J.P. Migne, Parigi 1852, Tomus CXXI, pagg. 568-574.
(7) Liutprando di Cremona, “Antapodosis”, Libro II, 44, in Italia e Bisanzio alle soglie dell’anno Mille, a cura di M. Oldoni e P. Ariatta, Novara, Europìa 1987, pagg. 93-94.
(8) Il registro delle lettere di papa Giovanni contiene 314 epistole, scritte tra il settembre 876 e l’agosto 882, raccolte in un codice redatto a Montecassino nell’XI secolo (Reg. Vat. I dell’Archivio Segreto Vaticano). Tra i pontefici dell’Alto Medioevo si conservano, oltre quelle di Giovanni VIII, soltanto le collezioni epistolari di Gregorio I Magno (590-604) e Gregorio VII (1073-1085).
(9) Già Gregorio IV (827-844) aveva racchiuso l’abitato di Ostia entro le mura dette di Gregoriopoli e Leone IV (847-855) il Borgo e la basilica di S. Pietro entro le mura (spesso in seguito restaurate), dette “leonine”, dopo la famosa incursione saracena dell’846. Cfr. Liber Pontificalis cit., vol. II, pag. 565.
(10) Gabriele Pepe (a cura di): Lorenzo Valla, La falsa donazione di Costantino, Milano, Tea 1992, pag. 19.
(11) Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, Milano, Adelphi 1994. Dal romanzo è stato tratto anche un film (“Il Consiglio d’Egitto”, regia Emidio Greco, fotografia Marco Sperduti, interpreti Silvio Orlando, Renato Carpentieri, Leopoldo Trieste, produzione Key Films, Italia 2001).
(12) Cfr., ad esempio, Raffaele Tucciarone, I Saraceni nel Ducato di Gaeta e nell’Italia centromeridionale, Gaeta, Gaetagrafiche 1991, pagg. 87-94.
(13) Sulle collusioni del Vella con ambienti della corte borbonica cfr. Tindaro Gatani, L’opera cartografica di al-Idrisi, geografo arabo-siculo del XII secolo, conferenza letta a Capo d’Orlando il 16 agosto 2006 (versione digitale http://www.librizziacolori.eu).
(14) Il 17 aprile 877 Giovanni VIII scriveva anche all’imperatore bizantino Basilio I (867-886) chiedendo l’invio di dieci navi da guerra per liberare le coste pontificie dai predoni saraceni (“…decem chelandia quam citius ad litora a Saracenis expurganda”).
(15) Sappiamo che un accampamento era stato allestito tra le rovine di Trebula Mutuesca (presso l’attuale Monteleone Sabino) ed un altro si trovava nella valle di Baccano (Campagnano di Roma). Cfr. “Il Chronicon di Benedetto”, a cura di G. Zucchetti, in Fonti per la Storia d’Italia, Roma, Istituto Storico Italiano, 1920 (rist. anastat. 1966), pag. 157.
(16) Chronicon Sublacense (593-1369), a cura di Raffaello Morghen, Subiaco, Ediz. Monastero S. Scolastica, 1991, pag. 151.
(17) “In diebus domini Gregorii IIII Agareni destruxerunt monasterium”. Cfr. Chronicon Sublacense cit., pag. 196.
(18) Pierre Toubert, Les structures du Latium médiéval, Rome, École française de Rome, 1973, II, pag. 406.
(19) È il caso di Lucaferri (Lucafer è un personaggio della Chanson de Fierabras, poema popolare francese del XIII secolo) e di Morgante (protagonista dell’omonimo poema composto dal nostro Pulci nel 1481).
(20) Cfr. Alberto Crielesi, Il complesso conventuale di San Cosimato presso Vicovaro, Roma 1995, pagg. 37-40.
(21) L’autore fu Marco Antonio Nicodemi (1550?-1600?), che scrisse una “Storia di Tivoli”, ripubblicata nel secolo scorso (a cura di Amedeo Bussi e Vincenzo Pacifici, edita da Soc. in Villa d’Este, 1926, Tivoli). Il Nicodemi sosteneva pure che le ossa raccolte nelle grotte di San Cosimato fossero quelle dei corpi degli Arabi sconfitti nella battaglia, alla quale, peraltro, sono ispirate due lunette dipinte da Antonio Rosati (1636-1683) nel 1670 nel portico della chiesa.